8 Giugno 2017

Una lunga e intensa giornata di navigazione, dal sud dell’isola di Cherso al golfo di Medulin.

Bora a 20 nodi tra le Srakane e Lussino, affrontata con fiocco pieno e una mano di terzaroli. Onda al traverso, formata ma non fastidiosa, pochi frangenti e nessuno spruzzo in coperta.

Rinforzo nel canale tra Srakane e Unije e poi raffiche di ricaduta sottovento all’isola.

Ammaino e mi ancoro per aspettare Daniele e il suo Via col vento.

Poi ancora mare! La cerata è già pronta in quadrato, prevedendo la Bora che soffierà nel canale del Quarnaro.

Ma dura poco e poi il vento molla, per tornare da Maestrale: in faccia dritto dal faro di Porer.

Senza un elica da spinta il Via col vento fatica a risalire e Pyxis lo segue, poggiando su Medujine. Il maestrale rinforza con raffiche fino a 30 nodi.

Ma sulla nuova rotto si riesce a fare vela. Una mano di terzaroli alla randa e una al fiocco. La mia barca sembrava non attendere altro: s’inclina dolcemente al vento teso e accelera subito, veloce e stabile. Equilibrio perfetto, timone neutro. La ammiro da prua, mentre si governa da sola, senza la fredda intelligenza Raymarine, ma solo grazie a sapienza di linee, di vento e di vele.

Orgoglio e amore per la mia sposa in bianco, sempre pura, nel vento che le gonfia le vesti e nel mare che le scivola sui fianchi stretti di eterna bambina…

Dentro a Meduline l’onda si quieta; le raffiche da nord ovest spingono, mollano, un po’ girano, ma comunque portano la mia tela.

Voglio arrivare in fondo alla baia, dove, nell’immobie acqua verde e nel fango pastoso, piantare l’ancora e spogliare la sposa del suo candido vestito.

Ma mi è piaciuta talmente tanto questa navigazione verso Medujine che non voglio concluderla col fastidio del motore: dovrà essere solo vento e sale e mare tra me e lei. La accarezzo e vira nell’ultimo stretto prima dell’arrivo. Devo essere veloce e preciso!

Quattro metri di fondo, che seppur morbido, non voglio certo infilarci la deriva.

Salto a piede d’albero, in forza mantiglio e lazy jack. Poi una puntata a pizzicare il vento, stopper drizza fiocco aperto e i garrocci si inseguono veloci verso la coperta; il tessuto bianco li accompagna tra la battagliola e il baby.

Un salto e sono a prua per imbrigliare la tela e non farla più  rapire dal vento. Poi l’ancora, liberata dalla sicura, già tira sulla catena, pronta al tuffo.

Devo essere più veloce! Tre metri di fondo e Pyxis continua a corre … via la drizza della randa e anche l’ultimo abito scivola giù. La mia sposa ora nuda abbrivia ancora un po’ su un fondale di due metri e poco più.

Con la mano accarezzo appena le pelle del timone e la prua abbatte ubbidiente.

La zona d’ancoraggio è sotto vento, che ancora mi spinge, a secco di tela, a quasi 2 nodi.

Ora ho anche il tempo per abbracciare di zerli la randa e poi la morbida pelle della ruota è nuovamente tra la mie dita.

La cingo e la giro in un ultima volta di valzer… e la mia sposa, ora spoglia di vele, con l’energia del vento sulla schiena nuda, volge ancora il volto al maestrale.

Durerà solo un attimo, lì ferma, ma l’ancora già sciende, trascinando la catena e la prima alambardata esaurisce la spinta con la marra che penetra la terra.

18 / 04 / 2017.

Un Bavaria di 40 piedi fa naufragio davanti alla diga di levante posta a protezione dell’imboccatura del canale.

Dalla stampa generalista la notizia è liquidata in poco più che poche righe, probabilmente perchè ci sono stati 4 morti. I siti web delle riviste di settore provano ad approfondire, ma senza riuscire ad andare molto oltre.

Sarebbe interessante raccoglire e riportare i fatti vissuti da chi lo può raccontare, chi era a bordo. Sarebbe interessante capire l’esatta dinamica di quanto accaduto… anziché leggere banalità sul tipo “montagna assassina, morti in due durante l’asciensione…”.

Questa che riporto è la mia interpretazione dell’accaduto, in mancanza di informazioni certe e di prima mano.

Dalla foto della barca, adagiata sulla scogliera frangiflutti del molo di levante, ancora con l’albero, si vede la trinchetta su avvolgitore, aperta.
In condizioni di bora a 45 nodi (condizioni severe si, ma definirle proibitive… mi sembra davvero un’esagerazione), la manovra corretta deve essere entrare proprio con una vela di prua, senza randa e con il motore acceso ma in folle. Non avrebbe avuto senso togliere le vele ed entrare a motore, dopo aver navigato a vela per 25 nm, da Marina di Ravenna. Soprattutto avendo una trinchetta avvolgibile. Una volta entrati nella zona di calmiera, con il motore che è rimasto in moto per tutto l’avvicinamento, si toglie la vela e si procede all’ormeggio. Se il motore si è spento… non si toglie la vela.
Mi sembrerebbe strano che un equipaggio esperto, quale mi aspetto sia quello che parte alla volta di Trapani (800 Nm… non esattamente una gita pomeridiana!), con bora a 30, 35 nodi e raffiche da 40 a 45, abbia adottato una strategia differente.
Un’ipotesi potrebbe essere una errata interpretazione dell’ingresso, che li ha portato proprio verso il frangionde del molo di levante, orientato Est – Ovest.
Quando l’hanno capito è stato troppo tardi, si sono messi con le onde al traverso, in una zona dove i frangenti erano già vivi e la barca è stata spinta sulle rocce. Se la barca non avesse perso la chiglia prima di arrivare in secca sulle rocce, probabilmente non sarebbe morto nessuno.
Questa è la seconda volta che mi capita di vedere un Bavaria perdere la chiglia in seguito ad un urto con il fondo. Dopo aver visto altre barche con la chiglia parzialmente rientrata nello scafo, pinne in piombo gravemente deformate per essere andate sugli scogli e foto di barche spiaggiate ma tutte con la chiglia ancora al suo posto, qualche pensiero mi viene. E’ ovvio che c’è urto e urto e che due episodi non fanno certo statistica… ma sarebbe interessante vedere se si sono tranciati i perni oppure hanno ceduto i madieri, oppure si è strappato il fondo dello scafo, madieri compresi.
In aeronautica, dopo ogni incidente, si apre una procedura d’indagine e quando si hanno dati certi a disposizione, si pubblicano i risultati. Questo sia per l’agire del pilota che per le prestazioni dei materiali. Facendolo anche per la nautica da diporto si concorrerebbe ad incrementare la cultura della sicurezza, sia per gli equipaggi che per i costruttori.

Nel dormiveglia i suoni e le parole, impastate con la stanchezza, generano immagini e suggestioni tra Magritte e Picasso…
Un vecchio, nel centro di Trieste, uscendo da un edicola, incespicava tra un tombino e i suoi piedi, faccia avanti, sbatteva la fronte sul marciapiede. Un altro, andando su per le scale, seguendo la moglie, inciampa e si spacca i denti sullo spigolo di un gradino e si scusa, si scusa con tutti per questo contrattempo per essersi spaccato i denti, per assere finito all’ospedale. Una voce di donna molto anziana non riesce a spiegarsi, gli domandano, ma non sa dire… solo ansia ed oppressione… arriva la figlia, cerca di calmarla. Un altra ha problemi di cuore, altri infarti, altri arti contusi, rotti, distori… tutti che hanno bisogno più di me, me fortunato! Voci di povera umanità dolente, voci solide che assumono corporeità.. veglia, sonno, veglia…
Finalmente tocca a me! Vedo il soffitto che scorre…

vuole che le alziamo lo schienale della barella, così si può guardare in torno?

Come sono premurosi… comunque no, no grazie, preferisco rubare al sonno ancora un po’ di riposo.
Arriva la dottoressa, uno sguardo… No, a questo bel faccino niente punti, colla!
Evviva! La cianoacrilica! No, questo è un prodotto nuovo, mi spiega il mio infermiere incollatore, comunque medesima efficacia, anzi, meglio. Si può fare la doccia, nessuna precauzione necessaria per la ferita e niente punti da togliere. Tutto ottimo! Firmo per poter uscire senza la radiografia cervicale (con tutti i salti e i contorsionismi che ho fatto dopo il mio scontro con la coperta non ho bisogno di rx per sapere di essere a posto).
Che bello, Ita arriva proprio mentre io esco dall’ospedale, fresco di riposo e incollato a nuovo!
Il comitato richiede agli equipaggi di presidiare le barche a causa del vento forte che non accenna a diminuire. I lunghi pacchi di barche, ormeggiate di murata lungo le banchine, terza fila, quarta, quinta, sesta, settima….. si piegano come la poseidonia in corrente. Passare vicino al vecchio Ursus fa impressione per l’ululato del vento tra i tralicci infiniti e i chilometri di cavi di acciaio. Noi siamo in un ottima posizione, in seconda fila di un pacchetto di sole tre barche e prendiamo le raffiche dritte da prua. Non ci incliniamo per nulla, ma la vibrazione dell’albero si riperquote in tutto lo scafo, per tutta la notte.
In mattinata partenza posticipata alle 12:30 a causa della bora che soffia ancora forte. È una fortuna, con il ferzo alto del fiocco da ricucire dopo che lo sbattimento nell’ammainata ha troncato il filo della cucitura.
Ci mettiamo io e Federico, partendo dai due estremi e con ago e filo cerato iniziamo. Un po’ più di un ora e abbiamo finito la prima cucitura. Dovremmo raddoppiarla, ma non c’è più tempo.
Finalmente si molla e usciamo. Tutta randa e standby per la decisione di cosa mettere a prua. Il vento è ancora forte, ma per la prima boa è un gran lasco. Una raffica molto forte riesce a sdraiarci, albero orizzontale e equipaggio lesto ad aggrapparsi. Anche Ita, con la sua immancabile macchina foto al collo, punta i piedi e si afferra alla draglia di sopravento… svelta come il fulmine, come se lo facesse tutti i giorni. E avevamo a riva solo la randa. Non sono per niente sicuro sul da farsi: siamo solo in tre più una media woman e per una volta vorrei adottare un profilo un po’ prudenziale.
I grandi multiscafi di 60, 70 piedi circuitano poco sotto la linea ad una velocità impressionante. CINQUE minuti alla partenza, devo prendere una decisione! Ok, tutta randa e fiocco in dacron. Partiti!
Siamo in aria relativamente libera (su una linea di partenza di un miglio per 1.600 barche). Subito appare chiaro che dobbiamo dare spi, magari in modo semplificato, murando a prua, senza tangone. Metto su quello grande, da 95 mq e iniziamo subito a camminare bene, molto bene (per un dufour 4800 del 1983…) troppo bene!
E l’atteggiamento prudenziale viene presto dimenticato. Ecco la boa. Ingarroccio il grande GM in Spidertech® , pronto per l’issata alla boa 1. Le barche iniziano a stringersi, tutte vogliono fare meno strada possibile e girare subito la boa. Bene, ora non possiamo più rinviare, su il genoa e chiamo l’ammainata di spi… la barca sotto vento ci stringie, chiede acqua… lo spi si ferma a metà albero… l’altra barca sopravento si schiaccia sopra di noi… tiro, urlo. Perchè diavolo non scendeeee!!!
Iniziamo a sbattere a destra e a sinistra, l’albero si scuote, lo scafo rimbomba nelle mie orecchie, una, due, tre volte. Povera la mia barchetta, cosa ti sto facendo! Finalmente lo spi viene giù e possiamo iniziare a stringere, insieme alle altre barche che hanno girato con noi.
Butto sotto la tela a ferzi bianchi, rossi e blu e scopro che la drizza non veniva perchè si era incastrata sotto la scaletta, che è stata strappata dal suo alloggiamento e ora giace sdraiata in quadrato. Va be, poi ci si penserà!
Adesso abbiamo ripreso un buon passo, con il grande genoa medio, molto potenti, un po’ sovrainvelati. 15, 16, 17, 18, 16 nodi, se resta sopra i 17, 18, lo dobbiamo cambiare.
Sono ancora un po’ scosso dopo aver fatto a sportellate con il povero Pyxis, però camminiamo bene e l’acqua salata e il vento come sempre sono il balsamo per lo spirito.
Però c’è qualcosa che non mi torna: la boa 2 dovrebbe essere quì vicino! E perchè queste barche che mi incrociano stanno bolinando mure a sinistra?
Non ci possocredere, non voglio credere… ma non stiamo andando sulla boa due… abbiamo saltato la boa due! Sono scioccato, ho saltato una boa, HO SALTATO UNA BOA!!
Non so se mi ha dato più fastidio sbattere come la pallina di un flipper o aver saltato la boa. Comunque non ha più alcun senso continuare. Annuncio al pozzetto: ragazzi, abbiamo saltato una boa.
Ma no, sei sicuro, ma come?
Ragazzi, abbiamo saltato la boa due e ora siamo in bolina, con le altre barche che stanno bordeggiando per la boa tre…
Ma no, non è possibile, abbiamo girato con tutti gli altri, dalla boa uno e…
Ragazzi, ci dobbiamo ritirare!
Ma…
Ragazzi, non stiamo più correndo la Barcolana, siamo solo una barca in navigazione privata.
Ok, hai ragione.
Comitato di regta, comitato di regata, Pyxis, numero di mascone….
La botta in testa è stata forte, ma solo un fastidio temporaneo, aver sbattuto le mutate (senza nessuna conseguenza per me o le altre barche) è stato un traoma, ma aver saltato una boa mi ha completamente svuotato! Ecco, nel mio caso la classica frase “ma ti è morto il gatto” si potrebbe sostituire con “ma hai saltato una boa”.
Ora sono in treno, di ritorno da Roma dopo due regate fatte con il prototipo di Federico, stanco ma contento di una giornata di mare in compagnia di amici… ma se ripenso che ho saltato una boa, mi ritorna tutto il lutto per la perdita del gatto!
Fine

La vela sbatte come se fosse di seta … la stringo e il vento me la strappa dalle dita… la stringo di nuovo, più forte! Mi sposto un po’ verso la bugna per mettere uno zerlo e il vento rispinge la tela in alto, lungo lo strallo. Imprecazioni strappate dal vento e rabbia da sfogare: bene!
Mi giro, un po’ strisciando, un po’ carponi. Inizio a spostarmi verso prua per riabbassare la tela. Tela in faccia, tela tra le dita, tela sotto i piedi… Daniele accelera per non far scadere la prua al vento, la barca sussulta e le onde la spingono violentemente verso l’alto. Per non essere sbalzato in alto e rimanere sospeso mentre lo scafo torna giù, incastro il piede sotto il tangone fissato alle dragli e lavoro con entrambe le mani libere.
Bene, bello, mi sento nel mio elemento, tutto ok, tutto o.. cazz… I piedi mi scivolano sulla tela bianca e mentre la coperta parte verso l’alto spinta dall’ennesima onda, io inizio a cadere in basso! Stavolta è brutta. Ho perso l’equilibrio e vado giù come un sasso; non riesco a portare le braccia avanti… riesco solo a pensare che se sotto c’è una galloccia d’ormeggio o il barbotin del salpa, sono mor.. sbang!!!
Sbatto tra l’arcata sopracciliare destra e la stanghetta degli occhiali. Una botta pazzesca, ma santa adrenalina, non sento nulla! Scatto in piedi sfruttando il successivo affondo della prua, lego uno zerlo tra lo strallo e il pulpito per fermare in basso i garrocci, altro zerlo alle draglie e poi ammaino la randa.
Trieste è li, si vedono i camion sulla litoranea. E io ho rischiato le penne a un miglio dall’arrivo!
Torno al timone e la faccia di Federico non trasmette una buona sensazione …

em.. forse quando arriviamo… è meglio se ti fai dare un occhiata…

Parafrasando Il Grande, sento Un dolore caldo alla tempia… le dita sporche di sangue, piazzo un pezzo di carta assorbente sotto lo zuccotto che calo sopra l’occhio e mi concentro sul prossimo step. Per coprire l’ultimo miglio ci mettiamo un eternità. Punto dritto contro vento e contro onda per limitare gli spruzzi che continuano a ferire la faccia e arrivo a pochi metri dalla diga esterna dei vecchi magazzini abbandonati. Vorrei andare sul molo Audace, ma sembra troppo esposto alla bora. Gli addetti al controllo degli ormeggi ci mandano in un altro posto, al di la dei capannoni. Il vento è fortissimo anche lungo le rive. Manovrando è necessario dare tutto motore per conservare un po’ di autorità di timone… e per fortuna ho quaranta cavalli; forse con 18cv non sarei neanche riuscito a risalire il vento!
Ormeggiamo tra i rimorchiatori d’alto mare e i vigili del fuoco. Ora sono un po’ stanco, ma non ci si può ancora riposare: probabilmente un rimorchiatore rientrerà questa notte e noi siamo al suo posto. Ok, ci muoviamo di nuovo. Daniele ha trovato un ottimo posto e ci dirigiamo li. Anche accostare ad una banchina diventa complicato con più di 40 nodi: sempre tanto motore e calcolare bene di quanto scade la prua appena si offre un mascone al vento. Be, finalmente sembriamo a posto! Mi do una sistemata, mi tolgo il sale dagli occhiali e dalle sopraccilia, metto una maglia asciutta e sbarco. Peccato che appena mi abbasso per regolare un ormeggio il sangue riprende a uscire da sopra l’occhio; niente di drammatico, ma abbastanza fastidioso, soprattutto in vista della regata di domani. Ok vediamo di darci una cucitina. Federico e Daniele a fare l’iscrizione a Barcola e io al pronto soccorso dell’ospedale di Cattinara, con tanto di passaggio in ambulanza. Peccato che insistono per mettermi uno scomodissimo collarino che mi blocca la testa e mi graffia spalle e schiena. Sono preoccupati che qualche vertebra possa andare fuori posto, tranciando il midollo spinale… come tagliare i fili a un burattino. Gli spiego che dopo la caduta ho continuato a essere vigile, presente e abbastanza attivo! Comunque questa è la procedura e solo un medico può disporre diversamente. Ok.
Con il mio taglietto mi rassegno a una lunga attesa; per fortuna la barella è comoda come un letto e non visto, mi allento il collare malefico e mi metto a dormire… finalmente! (Continua)

Andare… non andare… Andare… non… bah!
Alla Barcolana 46 non sono andato… saltarne due di seguito mi sembra inconcepibile, magari porta anche male… quindi questa barcolana s’ha da fa!
Tempo per preparare la barca, praticamente zero. Dovevamo mollare alle 15:00 di Venerdì e poi, tra sbarca l’ancora, porta via la catena e riempi il serbatoio con le taniche siamo in mare solo dopo le 17:00.
Io, Federico e Daniele. Nottata insolitamente mite per la stagione, mare calmo, debole vento in faccia e 1600 giri di motore. Uffa, ma un po’ di aria decente non si poteva avere!
Va be’ paragonato alle traversate gelide, a quelle piovose, a quelle con 30 nodi da risalire di bolina e a quelle con più di due metri d’onda, in fondo non ci si può lamentare; se non altro, arriveremo riposati!
Magari non proprio… insomma riposati non è il termine più indicato.
Alle 6 di mattina, più o meno davanti a Pirano, Eolo decide di iniziare a farsi sentire; ma mancano solo 10nm quando vediano un possibile ingaggio con un altra barca e decidiamo di darci dentro!
Via motore, vele a segno e si inzia il ballo!
Al primo incrocio passano loro… il vento aumenta ancora. Prendiamo una mano alla randa e una al genoa terzarolabile, che ora è diventato un fiocchetto piatto come un biliardo. Inizia anche a montare un po’ di onda; per guadagnare il molo Audace saranno bordi fino alla fine.
Quello verso Miramare con onda quasi di prua, ripida e che frena molto! Quello verso la Slovenia con onda al traverso e la barca che accelera bene. Altro incrocio e siamo davanti noi… ma il vento ora si è fatto molto teso. Qualcuno si è mai chiesto: ma quando al telegiornale fanno vedere la gente di Trieste che cammina piegata in due per resistere 120 kmh di vento, in mare come sarà? …be, interessante!
Intanto l’altra barca arrotola il genoa, randa nel lazybag e prua al vento. Io non la vedo esattamente nello stesso modo: con questo bordo possiamo arrivare dentro, rimanendo anche davani a quelli che hanno dato motore!
Me: presuntuoso e ignorante.
Loro: previdenti e assennati… però è stata un’esperienza! E non aggiungo altro per pudore.
Il vento inizia a strappare l’acqua dalla cresta delle onde e a tirarcela in faccia come pallini di piombo; cappello calato fino agli occhi, testa incassata nel bavero della cerata e occhiali che fermano le gocce (per fortuna! ).
Ormai siamo a due miglia dall’arrivo, ma la barca non naviga più! Scarroccia quando va bene… si sdraia sul fianco ogni pochi minuti quando va male. Non ho passato la seconda mano (me imprevidente! QUANDO SERVE, NON È UN LAVORO ESATTAMENTE FACILE DA FARE !!! )
E a due misere miglia dall’arrivo, tirare giù a prua, mettere la tormentina, ammainare la randa, passare la seconda mano e rimandare a riva… mi sembra semplicemente inutile.
Per un attimo sono quasi affascinato dallo spettacolo: in piedi sulla paretina verticale del pozzetto, ora orizzontale, aggrappato alla ruota, osservo lo scafo che galleggia di murata l’acqua che arriva alla tuga e il boma che striscia… sul mare.
Mi ricorda tanto il 470: arrivava la raffica, mollavo la randa, ma quello andava giù ugualmente e io mi ritrovavo in piedi, oltre il bottazzo di tek, a camminare sullo scafo bianco… poi la raffica mollava un po’, l’albero si riallontanava dall’acqua e io rientravo in barca.
Federico e Daniele non so a cosa stiano pensando di bello, ma sono sicuramente anche loro molto veloci ad aggrapparsi a qualcosa di robusto sopravento!
Accendo il motore e mi piego a guardare il contagiri per capire se rimane acceso: il rumore e le vibrazioni sono tali che non si sentirebbe nemmeno un Landini testa calda acceso in pozzetto!
Ok ora è partito.

Daniele, per favore, prendi il timone. Quando ti urlo e alzo il braccio, vai al vento. Federico, tu molli drizza genoa. Pronti?

Salto verso prua, urlo, alzo il braccio, la barca va al vento, Federico molla e io, proteggendomi la faccia come un pugile sul ring, inizio a strappare la stoffa del fiocco dagli artigli del vento… (continua)

6 Giugno 2015 – ore 10 am – Isola di Lussino, versante ovest.

Per la precisione mi trovavo alla fonda nella rada Zabodosky, dove avevo trascorso una notte serena e tranquilla…
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È mattina tarda quando uno scafo bianco, barca a vela elegante, cavallino accentuato, armo a ketch, odore di vele antiche, ottoni lucidi, teak e copale…
Scivola sull’acqua come una parola sussurrata all’orecchio. Il guidone della casata garrisce sulla sartia di sinistra della mezzana, torre merlata bianca in campo rosso… chissa l’antico blasone su quante albe ha gettato la sua ombra.
Maestra e mezzana impostati con un importante appoppamento contribuiscono a dare eleganza al profilo, i fiocchi a riposo nella rete distesa sotto il bompresso. Equipaggio vestito di bianco, armatore con i capelli di identico colore, comandante dietro la piccola ruota del timone, entrano lenti con un filo di motore; solo una leggera increspatura dell’acqua dal dritto di prua.
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L’anziano proprietario con al fianco la moglie rileva il posto dello skipper e dirige il bianco scafo in un’ampia curva… per seguire il profilo della baia… incredibile che una barca così grande e antica possieda un pescaggio così basso da passare dove io non m’arrischierei…
To, si fermano… dalla prua non si stacca più quel sottile filo continuo d’increspatura… l’equipaggio si affaccia dalle murate… il battello di servizio viene calato in mare… un uomo con uno scandaglio portatile inizia a battere la zona intorno allo scafo fermo… arenato ?!? Incagliato !!
Incredibile! Il mio pensiero è senza parole (…) Ma come è possibile che un comamdante lasci il proprio armatore portare ad incagliare la barca di cui è responsabile… oppure, ancora più incredibile… come si fa ad entrare in una baia senza aver guardato prima la carta nautica… e poi non vedevano sullo scandaglio di bordo il fondale che diminuiva? Davvero incredibile! Iniziano a tirare con il battello di servizio e a dare motore, ma non si spostano di un millimetro… saranno a occhio 80 tonnellate adagiate sul bassofondo di roccia e sabbia… improbabile che ne escano da soli.
Hi sir, if you want, I can help you. My engine isn’t really powerfull but my propeller is bigger then tender’s one. We can try…
Thanks wery much, but we have already call the Sea-Help from the harbour. We have trouble with engine…
Problemi al motore… ma se si sono incagliati in un basso fondo… cosa centra il motore? Magari hanno prodotto un altro danno accelerando al massimo per cercare di ritornare in acque profonde… oppure preferiscono affondare piuttosto che farsi aiutare da un italiano…
Ok sir. Have a nice day. Your vassel is really beautyfull !
Thanks… bye!
Mi riormeggio verso l’uscita della baia dal lato del porto di Lussinpiccolo e mi tuffo nell’acqua fresca (molto fresca a inizio Giugno…).
Dopo una mezz’ora circa il grosso gommone della Sea-Help entra nella baia, fissa una cima sulla prua del ketch, trimma in negativo i due grossi Suzuki da 300 cv e inizia ad accelerare.
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I 30 mt per 80t dello yacht si spostano come un fuscello e in un attimo riprendono a galleggiare in acque più profonde.
Ora il gommone della Sea-Help è ormeggiato alla murata del ketch e gli uomini del soccorso sono andati a discutere con l’armatore.
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Credo che per 40 secondi di traino l’inglese (o la sua assicurazione) dovrà pagare una discreta somma.
Comunque buon vento a lui e alle sue vele… mi sarebbe piaciuto vederlo passare, sbandando di bolina, con gli spruzzi che si rincorrono sul mascone di sopra vento. Magari un altra volta.

Dopo tante traversate burrascose, lunghe e faticose, quest’ultima, oltre che calma e tranquilla, è stata anche particolarmente veloce. Alle 10:00 presento i documenti in dogana. Il poliziotto ispeziona anche la barca e poi mi saluta cordialmente.
Passo la notte in una baia a sud ovest dell’isola di Cres e ora sono sotto vela, diretto a Pag.

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Autopilota, pannello solare e vento. La barca andrebbe idealmente avanti all’infinito…