Barcolana 47 (parte terza)

Nel dormiveglia i suoni e le parole, impastate con la stanchezza, generano immagini e suggestioni tra Magritte e Picasso…
Un vecchio, nel centro di Trieste, uscendo da un edicola, incespicava tra un tombino e i suoi piedi, faccia avanti, sbatteva la fronte sul marciapiede. Un altro, andando su per le scale, seguendo la moglie, inciampa e si spacca i denti sullo spigolo di un gradino e si scusa, si scusa con tutti per questo contrattempo per essersi spaccato i denti, per assere finito all’ospedale. Una voce di donna molto anziana non riesce a spiegarsi, gli domandano, ma non sa dire… solo ansia ed oppressione… arriva la figlia, cerca di calmarla. Un altra ha problemi di cuore, altri infarti, altri arti contusi, rotti, distori… tutti che hanno bisogno più di me, me fortunato! Voci di povera umanità dolente, voci solide che assumono corporeità.. veglia, sonno, veglia…
Finalmente tocca a me! Vedo il soffitto che scorre…

vuole che le alziamo lo schienale della barella, così si può guardare in torno?

Come sono premurosi… comunque no, no grazie, preferisco rubare al sonno ancora un po’ di riposo.
Arriva la dottoressa, uno sguardo… No, a questo bel faccino niente punti, colla!
Evviva! La cianoacrilica! No, questo è un prodotto nuovo, mi spiega il mio infermiere incollatore, comunque medesima efficacia, anzi, meglio. Si può fare la doccia, nessuna precauzione necessaria per la ferita e niente punti da togliere. Tutto ottimo! Firmo per poter uscire senza la radiografia cervicale (con tutti i salti e i contorsionismi che ho fatto dopo il mio scontro con la coperta non ho bisogno di rx per sapere di essere a posto).
Che bello, Ita arriva proprio mentre io esco dall’ospedale, fresco di riposo e incollato a nuovo!
Il comitato richiede agli equipaggi di presidiare le barche a causa del vento forte che non accenna a diminuire. I lunghi pacchi di barche, ormeggiate di murata lungo le banchine, terza fila, quarta, quinta, sesta, settima….. si piegano come la poseidonia in corrente. Passare vicino al vecchio Ursus fa impressione per l’ululato del vento tra i tralicci infiniti e i chilometri di cavi di acciaio. Noi siamo in un ottima posizione, in seconda fila di un pacchetto di sole tre barche e prendiamo le raffiche dritte da prua. Non ci incliniamo per nulla, ma la vibrazione dell’albero si riperquote in tutto lo scafo, per tutta la notte.
In mattinata partenza posticipata alle 12:30 a causa della bora che soffia ancora forte. È una fortuna, con il ferzo alto del fiocco da ricucire dopo che lo sbattimento nell’ammainata ha troncato il filo della cucitura.
Ci mettiamo io e Federico, partendo dai due estremi e con ago e filo cerato iniziamo. Un po’ più di un ora e abbiamo finito la prima cucitura. Dovremmo raddoppiarla, ma non c’è più tempo.
Finalmente si molla e usciamo. Tutta randa e standby per la decisione di cosa mettere a prua. Il vento è ancora forte, ma per la prima boa è un gran lasco. Una raffica molto forte riesce a sdraiarci, albero orizzontale e equipaggio lesto ad aggrapparsi. Anche Ita, con la sua immancabile macchina foto al collo, punta i piedi e si afferra alla draglia di sopravento… svelta come il fulmine, come se lo facesse tutti i giorni. E avevamo a riva solo la randa. Non sono per niente sicuro sul da farsi: siamo solo in tre più una media woman e per una volta vorrei adottare un profilo un po’ prudenziale.
I grandi multiscafi di 60, 70 piedi circuitano poco sotto la linea ad una velocità impressionante. CINQUE minuti alla partenza, devo prendere una decisione! Ok, tutta randa e fiocco in dacron. Partiti!
Siamo in aria relativamente libera (su una linea di partenza di un miglio per 1.600 barche). Subito appare chiaro che dobbiamo dare spi, magari in modo semplificato, murando a prua, senza tangone. Metto su quello grande, da 95 mq e iniziamo subito a camminare bene, molto bene (per un dufour 4800 del 1983…) troppo bene!
E l’atteggiamento prudenziale viene presto dimenticato. Ecco la boa. Ingarroccio il grande GM in Spidertech® , pronto per l’issata alla boa 1. Le barche iniziano a stringersi, tutte vogliono fare meno strada possibile e girare subito la boa. Bene, ora non possiamo più rinviare, su il genoa e chiamo l’ammainata di spi… la barca sotto vento ci stringie, chiede acqua… lo spi si ferma a metà albero… l’altra barca sopravento si schiaccia sopra di noi… tiro, urlo. Perchè diavolo non scendeeee!!!
Iniziamo a sbattere a destra e a sinistra, l’albero si scuote, lo scafo rimbomba nelle mie orecchie, una, due, tre volte. Povera la mia barchetta, cosa ti sto facendo! Finalmente lo spi viene giù e possiamo iniziare a stringere, insieme alle altre barche che hanno girato con noi.
Butto sotto la tela a ferzi bianchi, rossi e blu e scopro che la drizza non veniva perchè si era incastrata sotto la scaletta, che è stata strappata dal suo alloggiamento e ora giace sdraiata in quadrato. Va be, poi ci si penserà!
Adesso abbiamo ripreso un buon passo, con il grande genoa medio, molto potenti, un po’ sovrainvelati. 15, 16, 17, 18, 16 nodi, se resta sopra i 17, 18, lo dobbiamo cambiare.
Sono ancora un po’ scosso dopo aver fatto a sportellate con il povero Pyxis, però camminiamo bene e l’acqua salata e il vento come sempre sono il balsamo per lo spirito.
Però c’è qualcosa che non mi torna: la boa 2 dovrebbe essere quì vicino! E perchè queste barche che mi incrociano stanno bolinando mure a sinistra?
Non ci possocredere, non voglio credere… ma non stiamo andando sulla boa due… abbiamo saltato la boa due! Sono scioccato, ho saltato una boa, HO SALTATO UNA BOA!!
Non so se mi ha dato più fastidio sbattere come la pallina di un flipper o aver saltato la boa. Comunque non ha più alcun senso continuare. Annuncio al pozzetto: ragazzi, abbiamo saltato una boa.
Ma no, sei sicuro, ma come?
Ragazzi, abbiamo saltato la boa due e ora siamo in bolina, con le altre barche che stanno bordeggiando per la boa tre…
Ma no, non è possibile, abbiamo girato con tutti gli altri, dalla boa uno e…
Ragazzi, ci dobbiamo ritirare!
Ma…
Ragazzi, non stiamo più correndo la Barcolana, siamo solo una barca in navigazione privata.
Ok, hai ragione.
Comitato di regta, comitato di regata, Pyxis, numero di mascone….
La botta in testa è stata forte, ma solo un fastidio temporaneo, aver sbattuto le mutate (senza nessuna conseguenza per me o le altre barche) è stato un traoma, ma aver saltato una boa mi ha completamente svuotato! Ecco, nel mio caso la classica frase “ma ti è morto il gatto” si potrebbe sostituire con “ma hai saltato una boa”.
Ora sono in treno, di ritorno da Roma dopo due regate fatte con il prototipo di Federico, stanco ma contento di una giornata di mare in compagnia di amici… ma se ripenso che ho saltato una boa, mi ritorna tutto il lutto per la perdita del gatto!
Fine

Annunci
2 commenti
  1. L'apostrofo mancante ha detto:

    Salve! Sono l’apostrofo mancante tra un ed edicola! Approfitto della sua dimenticanza per andarmene un po’ a zonzo.

    P.S. Colgo l’occasione per salutarla con passione!

    • Immagino che ormai si sia rimesso bene! A me non è rimasto nemmeno un graffio, solo vividi ricordi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: