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12 onde

Sono passate due estati da questa esperienza di navigazione…
La riporto direttamente come scritta nei racconti delle mie navigazioni, che avevo iniziato a scrivere il mese prima, appena ripreso il mare dopo l’ultimo saluto a mio padre…
Il mare è il mare: non è mai cattivo ne buono, assassino o gentile, il Mare è il Mare.
Le mie navigazioni

18/07/2010

Ore 18:45

IN MARE!! Finalmente. Ancora! Adesso devo descrivere il momento che sto vivendo, con l’urgenza di esprimerlo/mi. Poi la prefazione…

16-18 nodi, 20 quando l’albero, a causa di un onda un po’ più grossa frusta nel vento con maggiore energia. 40° – 42° al vento apparente bolina potente. Velocità della barca tra i 6.5 e i 6.8 knts.

Il pilota automatico fa fatica e ogni tanto, in combinazione di raffica e onda, lascia la briglia e il Pyxis parte all’orza. Ora voglio timonare un po’
io…

Ore 20:00 – riporto su carta nautica

Ho fatto una bella timonata: la barca ha superato i sette nodi e non ha mai messo la falchetta in acqua.

Adesso il vento è calato intorno ai 13 nodi di apparente e con l’onda residua al mascone si arriva con fatica ai 5 di velocità… speriamo di non dover accendere il motore.

Mi sono appena seduto sottovento per controllare se il fiocco è bordato bene quando vengo ammaliato dalla luce di un sole rosso che sbuca da sotto le nuvole, a pochi gradi sopra l’orizzonte. La siluette dell’isola di ferro che mi sono lasciato a poppa si staglia nitida sulla linea di confine tra il rosso e il blu, il cielo e il mare.

Giro periodico d’orizzonte e di prua, proprio nell’angolo morto coperto dalla mura del fiocco, vedo un altra barca a vela a ½ miglio e in perfetta rotta di collisione. E si’, l’attenzione in mare non deve mai venir meno… e io viaggio a meno di 6 nodi!

Tolgo l’autopilota e accosto a dritta; anche l’altra imbarcazione accosta alla sua dritta, come prevede la norma per prevenire gli abbordi in mare. Mi sfila a sinistra, ci salutiamo con la mano. Vista la sua rotta, lui ha già alle spalle 12 ore di navigazione e ho l’impressione che sia stanco. In coperta e in pozzetto non vedo nessuno. A motore, con mare formato al giardinetto, a secco di tela, rolla come un turacciolo; o è solo, come me, oppure sono tutti in cuccetta a masticare travelgum, sperando di arrivare in fretta a destinazione.

Ore 21:00

Il sole è ormai tramontato e accendo le luci di via. Il verde resta spento! Ormai mi restano solo pochi minuti di luce per riparare l’avaria. Corro a prua, smonto la lampadina e controllo in filamento: anche il tester conferma che è ok. Quindi non arriva corrente. Verifico i fili che arrivano al portalampade e uno si stacca, troncato di netto. Penso di aver trovato il problema; sistemo, rimetto la lampadina, ma ancora niente, non si accende.

Mi ricordo che Domenica scorsa ho spostato l’estintore della cabina di prua per sistemare i vestiti: forse si è staccato un filo. Corro sotto coperta a verificare e per fortuna trovo il positivo troncato subito all’uscita del faston.
Mammut, spella fili, cacciavite e il verde torna il vita. Domani farò un bel lavoro definitivo, con stagno, guaina termoretraibile e nastro autovulcanizzante, ma per adesso va bene così… infatti avevo appena finito di mangiare, quando mi sono accorto del problema, e il lavoro a prua, con il violento beccheggio, piegato a testa in giù, hanno duramente provato la mia resistenza al mal di mare…

Ore 22:50

Il vento è girato in prua, via il fiocco, randa al centro e base cazzata a ferro: almeno limita un po’ il rollio. Due navi da crovera mi hanno appena sfilato di prua e adesso un cargo oltre i 50 metri di lunghezza si appresta a seguirle.

Sono all’altezza della piattaforma che 2 settimane fa’ non si accendeva: ora è a posto, con i suoi tre lampi bianchi in alfabeto mors ..- (punto punto linea), a intervalli di 10”. Nel frattempo anche il cargo è passato nel mio settore di dritta.

Dalla radio rapido scambio di informazioni tra la nave Anic e Ravenna Harbour Mastre: avvisa che si è messo alla fonda fuori dalle dighe.

Ora mi torna alla mente l’antefatto di questa mattina, il viaggio nel tempo per incontrare il me stesso di 20 anni fa’… ma adesso Pyxis non la vuole smettere di fare il turacciolo ed è troppo faticoso scrivere, puntandomi con le gambe contro la panca opposta del pozzetto. In fondo non è mica un lavoro, deve essere solo un piacere!

Ore 23:10

Il vento ha mollato. Dopo l’ammainata di fiocco noto che la drizza arriva a prua con un angolazione sbagliata, non più parallela allo strallo: l’unico motivo per questo può essere che si è incattivata intorno al cilindro del riflettore radar, fissato sulla sartia di dritta, in prossimità della testa d’albero. Però al buio, non riesco proprio a capire da che parte abbia dato il giro… La torcia che tengo in tasca durante le navigazioni notturne non è sufficiente a illuminare sino alla formaggetta, a tredici metri dal ponte. Per fortuna da quando navigo ho sempre in barca un faro a 12V ricavato da uno di quegli abbaglianti tondi che si montavano negli anni ’70 sui paraurti delle macchine da rally, con un manico e 10 mt di cavo. Lo accendo e l’albero è illuminato a giorno. Si vede chiaramente il giro che ha fatto la drizza, e imprimendo due colpi di frusta dalla parte giusta la libero. Nel frattempo il vento e il beccheggio sono notevolmente aumentati. Rimetto il faro al suo posto e prendo una mano di terzaroli. Il vento si allarga a 20° dalla prua e inizia a passare i 25Kn con regolarità. Non ha più senso continuare sulla rotta per Losinj.

Mentre rifletto su un differente punto di atterraggio il vento è già arrivato a 30 nodi.

Imposto il pilota per rotta 100° e corro nella cabina di prua a prendere la tormentina. Prima di uscire nuovamente in coperta indosso velocemente la cerata e poi volo a prua a ingarrocciare… il tessuto spesso e rigido come cartone ondulato sbatte nel vento come se fosse uno straccetto per la polvere.

La coperta è costantemente bagnata dagli spruzzi e il rumore del vento sovrasta ogni cosa. Torno in pozzetto per poter manovrare e mando a riva la tormentina; se non avessi rimesso in chiaro la drizza ora la situazione da gestire sarebbe notevolmente più complicata… una barca a vela deve poter contare sempre sulle proprie vele, una barca a vela che nel pericolo fa’ affidamento sul motore, è una barca pericolosa.

Inizio a cazzare la scotta per mettermi di bolina; spengo il motore e mi metto al timone: la barca è molto leggere. Temevo che con solo una mano di terzaroli il piano velico fosse troppo squilibrato, invece risponde perfettamente.

Però la tormentina invece di essere piatta come la lama di un coltello, continua a battere appena provo a portarmi con la prua verso il vento, per contrastare una raffica più forte o assecondare il passaggio di un frangente … continua …

Era il Settembre del 2009 quando tornai dalla Croazia con una bora a 40 nodi al giardinetto, ed era anche l’ultima volta che sarei stato in barca con mio padre, ma questo, ovviamente, l’avrei scoperto solo in un piovoso giorno del Maggio successivo, mentre scrivevo … Buon viaggio, papà… sul legno grezzo di una bara, davanti a uno dei tre portelli dei tre forni crematori del cimitero nuovo di Cinisello Balsamo…
Non sono sicuro di quello che metterò in queste righe… vediamo come vengono, l’effetto che mi faranno… e se le leggerete, allora saranno state ok.
Ho imparato ad amare il mare grazie alla passione di mio padre e ho condiviso tante esperienze andando in barca con lui. È stato un imparare insieme: non era quello che si potrebbe definire un lupo di mare. Aveva iniziato con la vela dopo i quaranta, ma il piede marino l’aveva acquisito ben prima, con il gommone, se non ancor prima, andando a remi con il sandolino sul Po, nel tratto che piega verso Piacenza.
Per questo motivo in tante cose  non è stato un rapporto maestro – allievo, ma l’imparare e capire insieme cose nuove. Lui era di carattere molto chiuso e probabilmente il mare e la vela sono stati uno dei pochi canali di comunicazione instauratisi tra di noi, e caso e fortuna hanno voluto che piacessero anche a me; se cosi non fosse stato, le nostre vite si sarebbero semplicemente allontanate.
Poi io ho avuto la fortuna di poter continuare ad andare in barca, perché ero giovane, mi sapevo muovere bene e di un prodiere capace c’è sempre bisogno mentre a lui toccò la sfortuna di perdere quella possibilità economica che gli aveva dato l’accesso al mondo della vela.
Quando ne ho avuta la possibilità ho comprato una barca usata di quasi trent’anni e ho potuto finalmente sperimentare la responsabilità delle mie azioni e decisioni, senza la rete di sicurezza… navigando dove, come e quando volevo io.
Certo, dover decidere e agire in momenti critici lo avevo già fatto altre volte, avevo attraversato le bocche di Bonifacio a vent’anni con un gommone di 3.20 mt, preso il brevetto di volo e pilotato il mio aliante sopra e sotto le creste dei monti tra Torino, Aosta e Biella, con un discreto numero di fuori campo, tante immersioni con le bombole di giorno e di notte in parete, in grotta, in corrente e nei relitti… Collezionati migliaia e migliaia di chilometri in moto su ogni tipo di strada e con ogni condizione meteo… Non dico che condurre da solo una barca a vela di dieci metri sia più difficile che fare in sella a una moto un passo di montagna di notte, con l’acqua che arriva a secchiate, oppure decidere il terreno giusto per un fuori campo con l’aliante… No, non è più difficile, ma semplicemente è completamente differente. Poi se in barca porti altre persone, siano figli, mogli, mariti o amici, tu sei responsabile per tutti.
Sembri rilassato, ti godi gli ultimi raggi di sole sdraiato a prua, ma hai già fatto il bagno per verificare la tenuta dell’ancora, hai preso il bollettino, hai guardato il barometro, ti ricorderai di accendere la luce di fonda al tramonto, controllerai che l’impianto elettrico sia sulle batterie giuste, che sia stata chiusa la valvola di carico del bagno, che ci sia acqua dolce a sufficienza nei serbatoi, che la sentina sia asciutta, che la baderna sia giustamente tirata… In una parola: che tutto il tuo universo, sul quale tu credi di comandare, sia ben condotto e ben accudito. Questo per me è andare in barca.
Con mio padre ho anche sperimentato l’inversione dei ruoli, in cui ero io che lo portavo in barca e non viceversa.
Non è stato un rapporto facile, perché lui non era una persona facile, e io sono sicuramente figlio suo…
La mia barca, per un caso, l’ho comprata a Roma, al cantiere Nautilus, proprio dove mio papà, venticinque anni prima teneva ormeggiata l’alpa 9.50 e dove la domenica andavamo a mangiare il rombo al forno con le patate fritte e dove, durante le piene del Tevere mi divertivo ad affondare le bottiglie di vetro che scendevano portate in braccio dalla corrente facendo tiro al bersaglio con un vecchio flobert che aveva trovato in cantina un amico di papà e quando la foce era calma si usciva per tirare due bordi fino alle isole del petrolio (le due piattaforme per lo scarico delle petroliere che rifornivano la raffineria di Malagrotta) e dove il Bibi insegnava come si bordava una vela e si girava una scotta su un winch e dove una notte andò a fuoco la palafitta sulla punta dell’isola dei cavalli (la piccola isoletta che per un breve tratto divide fiumara in due corsi distinti) e mille altre cose che hanno costituito la mia adolescenza, tra le assi sconnesse del pontile e la spianata di terra con gli invasi e le barche in secca. (un flusso continuo, senza interruzioni ne pause, bevuto tutto d’un fiato). E ovviamente mare, tanto mare e isole e rocce, vento, vele e un orizzonte la cui linea separava solo le due differenti tonalità di azzurro…
Dopo l’acquisto del Pyxis, presi dieci giorni di vacanza per eseguire quei lavori minimi e organizzarla a modo mio (dopo una vita passata su barche di altri, avevo di che sfogarmi, tanto che i lavori principali sono poi finiti solo nel 2011, portati avanti tra una navigazione e l’altra), feci le vacanze all’Elba e poi la portai con una navigazione ininterrotta al suo attuale porto di stazionamento, a Ravenna.
Quella lunga tratta di trasferimento era iniziata con uno stato di guerra, tra me e mio padre, per poi evolversi in un bel viaggio in cui probabilmente, senza bisogno di spiegazioni, si sono risolti anni di conflitti e incomprensioni del rapporto figlio – genitore.
Per alcuni aspetti condividere una navigazione può essere una vera e propria terapia d’urto; il problema è quando manca un elemento riequilibratore, ma quella volta siamo stati fortunati… (grazie all’imbarco del mio amico Federico a Brindisi).
All’inizio pensavo che questa 11° onda mi avrebbe dato il pretesto per ripercorrere i pochi mesi della malattia di papà, ma forse per questo aspetto è presto… Certo desidererei che i contrari al testamento biologico e i talebani nostrani che spiegano l’eutanasia come uno strumento di abbattimento dei costi sociali, possano vivere in prima persona l’esperienza del desiderare che ad un respiro della persona a cui vuoi bene, non ne faccia seguito un secondo… Non so chi o come sia stata introdotta la medicina del dolore nella legislazione italiana, ma so che probabilmente il trauma per me sarebbe stato molto peggiore se almeno non fossi riuscito ad alleviare a mio papà la sofferenza più acuta…
Nei momenti di maggior buio pensavo proprio al sole e al vento che avrei potuto ritrovare tornando al timone della mia barca; credo che tutti in fondo abbiano bisogno di una via, una fede, un idea… poi non mi sembra corretto fare paragoni su quale sia migliore, l’importante è che questo sentire sia in armonia con il nostro spirito.
Ecco, quando sono tornato a casa dal cimitero di Cinisello con il barattolo di cenere pensavo che la cosa più giusta sarebbe stata la dispersione in mare, ma per ora continua a rimanere sull’ultimo scaffale di una libreria… a volte il mare è tempestoso e a mio padre ha sempre dato un po’di apprensione il mare nei suoi momenti di inquietudine, o forse è solo una mia idea. Però nessuno mi impone di decidere e quindi, semplicemente, non decido: ogni tanto ci penso, ma semplicemente non decido. Probabilmente con il tempo capirò cosa è giusto per me.
Adesso però torniamo in mare! come ho fatto io nel Giugno del 2010, a riprendermi la luce dopo tanto buio…
Mare agitato e vento con raffiche poco sopra i 40 Knts. Il Pixys ha volato per tutta la traversata alla media di quasi 8 Knts. La punta massima è stata di 9.11 Knts.
Al timone ci siamo alternati io e mio papà, con turni abbastanza brevi, perché lo sforzo per richiamare la barca dall’orza era davvero considerevole.
Il cielo sereno ha permesso alla luna piena, sorta alle nostre spalle, di dare una luce magica alle creste delle onde che cercavano di scavalcarci, montando di poppa e spingendoci in lunghe planate. Per quattro volte il vento e l’onda sono riusciti a farmi straorzare, schiacciando il boma verso l’acqua… quanta energia e quanto infinito rispetto per gli elementi e quanta gioia nel poterli vivere. Agli amici piloti di aliante ho sempre detto che il volo è fatto di sensazioni intense, molto intense e di breve durata mentre la vela ti da sensazioni forti ma più diluite nel tempo… quella notte non è stato così !

All’imbrunire il paese di Unije si offriva ai miei sguardi rapidi lanciati verso poppa; nella scia, nella schiuma provocata dalla pala del timone, che cercava di contrastare il desiderio della barca di mettersi con la prua al vento, i ricordi e i sentimenti venivano mischiati, acqua, schiuma e luce, in un fluire senza fine…

È stato grazie al mio lavoro di consulente che nel 2002 ho avuto la possibilità di sperimentare l’oceano con le sue onde e di ritrovarmi davvero bambino su un immensa spiaggia deserta di fine Maggio, immediatamente a sud della grande foce del Tejo (probabilmente era costa Caparica).

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Dopo la prima settimana di consulenza il cliente decise per un estensione dell’attivitá e questa opportunitá mi invogliò a non tornare in Italia per i fine settimana, ma a trascorrere tutti i week end in Portogallo.
Avevo noleggiato una bella Golf 1.6 argento metallizzato e nel mio primo Sabato portoghese mi recai da Decathlon per comprare un body surf, una muta da 3 mm e le tozze pinnette per i piedi che si usano in questo sport. La tavola da body surf è considerevolmente più corta rispetto a quella standard e ti permette di nuotare, rimanendoci sdraiato sopra, anche con le gambe; grazie all’aiuto delle pinne, la spinta di cui si dispone per superare i frangenti è molto superiore rispetto a quella delle sole braccia, su cui si può contare facendo surf con la tavola normale.
Ricordo che per pranzare compravo un pezzo di emmental, una scatola di crackers, due bottiglie d’acqua e con questa scorta trascorrevo tutto il week end andando da una spiaggia all’altra alla ricerca delle onde migliori.
L’onda dell’oceano io l’ho trovata sempre più regolare rispetto a quella mediterranea, con un tubo molto definito e una forza decisamente maggiore a parità di dimensioni.
Era passata ormai una decina d’anni dalla mia avventura di Nettuno con la tavola grande ma l’istinto che mi portava verso l’acqua e il suo moto, riconosco ora, era rimasto immutato nel tempo… all’epoca non eseguii alcuna riflessione ma semplicemente corsi verso il mare.
L’acqua fredda filtrava rapida nella muta sottile che isolava meno della 5 mm, ma mi lasciava una libertà di movimento senza paragoni e questo mi rendeva davvero molto felice. Anche la piccola tavola, frapponendosi in misura minore tra me e l’acqua salata, mi faceva sentire maggiormente coinvolto nell’azione, dentro l’onda anziché semplicemente sopra.
Sul posto di lavoro i colleghi Portoghesi mi avevano avvisato della pericolosità dell’oceano e della straordinaria forza delle sue onde, ma io mi sentivo superiore a ogni cosa e ignoravo con un sorriso ogni consiglio. Un giorno mi trovavo a camminare sulla battigia di una spiaggia affollata di bagnanti (erano già trascorse alcune settimane e la stagione balneare stava decollando) quando un onda arrivo assolutamente inaspettata, mi avvolse compleamente e al suo interno mi fece fare una rotazione di 180°, scagliandomi contro la sabbia del fondo; mi piegai di lato per non sbattere la testa e assorbii il colpo tra la schiena e la spalla, che mi continuo a fare male per alcuni giorni. Ascoltare sempre i consigli e non sottovalutarli mai! Io stavo camminando sulla battigia e questa onda è riuscita a sorprendermi, afferrarmi, tenermi sott’acqua e farmi fare una capriola, tutto in pochi secondi… Poseidone ha voluto ribadire la sua forza, richiamare il mio rispetto e io non posso che rendergli grazia.
Per 4 week end mi dedicai assiduamente all’oceano e a scivolare tra le sue onde, poi infilai body surf, muta e pinnette nell’apposita sacca e ripresi il volo per l’Italia; da allora la piccola tavola non è più stata utilizzata e a ogni trasloco medito sulla sua sorte (gli oggetti vissuti sono parte della nosta storia, ma rappresentano anche un peso alla nostra libertà), ma continuo comunque a portarmela dietro da una casa all’altra…
Un paio di settimane fa’, dopo un allenamento dell’invernale di Ravenna, tornando verso la macchina, ho osservato la lunga spiaggia e i continui treni di onde che si susseguivano ininterrottamente… forse potrei riprovare, forse il rischio di delusione non potrà comunque intaccare la bellezza del ricordo; per ora ci medito un po’ sopra… poi si vedrà.

Ormai sembra essere diventato il leitmotiv di queste note, ma daltronde, se sono ricordi sulle onde, saranno per forza un viaggio nel passato… ma questa volta farò argine alla sottile malinconia, nonostante sia in viaggio in treno dalle 16:00 e ormai sono le 21:00 passate, ancora lontano dalla meta…
Era il 1994 e di regate con il mitico CAT38  “Daiquiri” di Aldo ne avevo collezionate ormai un bel numero, e ancora tante ne avre fatte in seguito. Ovviamente (o forse non così ovviamente per chi mi legge, ma non mi conosce) con le narrazioni di vela, regate, navigazioni e esperienze di vita di mare potrei riempire tanti post, (ho iniziato a navigare in barca a vela a 15 anni e con il gommone all’etá di otto, nel 1976, quindi sono 36 anni che io e il mare ci incontriamo in ogni mia estate…  ma vi ricordate cosa era la nautica nel 1976?! ) e probabilmente, se questo gioco continuerá a darmi stimolo, lo faró. Peró ho deciso di iniziare dalle onde, al medesimo tempo motore e risultato del moto, e non volendo tradire il bambino per l’uomo (come diceva il sommo poeta De’Andrè) voglio continuare a seguire il filo rosso di questa iniziale ispirazione…
Dunque la regata Fiumicino – Ponza – Fiumicino, nella quale quell’anno scrivemmo il nome del Daiquiry nell’albo d’oro, vincemmo tutto tranne in tempo reale  e io vidi le onde piú alte di tutta la mia esperienza di marinaio (nessun appellativo complicato, come skipper, o prodiere o peggio ancora comandante o armatore: un marinaio è un uomo del mare e il mare è l’unico metro su cui misirare la propria capacitá).
Per chi non la conosce, la regata aveva la partenza al treverso del vecchio faro sulla punta tra Fiumicino e Fiumara, con una boa di disimpegno veso il pontile di Ostia per dare un po’ di spettacolo ai passanti del lungo mare. L’arrivo era sempre all’altezza dello stesso pontile.   In partenza, appena passato il disimpegno, si faveva prua per 150°, verso il faro di Ponza a punta della Guardia: 60 miglia andata e 60 miglia ritorno. Si girava Ponza in senso anti orario e la si lasciava passando tra Zanone e lo scoglio rosso, con la prua verso casa.
La regata era organizzata dal circolo velico Acab, che aveva una darsena sulla riva sinistra di fiumara grande, poco lontano dal monumento a Pasolini. Fiumara… negli anni ’80 e ’90 rappresentava il cuore pulsante della vela d’altura Romana; la darsena di Fiumicino non aveva ancora i pontili galleggianti e il porto di Roma non era nemmeno nei pensieri dei più fantasiosi… Fiumara, amata e odiata, ti permetteva di avere la barca a un passo da casa per chi viveva a casal Palocco o a Mostacciano e allo stesso tempo ti frustrava per l’impossibilità di andare in mare, opponendo un onda di barra tra il tuo desiderio e la sua realizzazione.
Iniziai a frequentare Fiumara perchè mio padre aveva deciso di compiere il grande passo, dal gommone alla barca a vela; erano i primi anni ’80 e la mia prima uscita fu con un Carter 33 di un suo amico, in una giornata di barra, non impossibile, ma abbastanza impegnativa; ricordo che al momento di uscire mi fecero andare sotto coperta e il lavello della cucina era di vetroresina azzurro chiaro…
Per chi è cresciuto, come me, misurando la propria distanza dai sogni (ossia la possibilità di uscire in mare) in base alla presenza o meno della barra, mi sembra quasi superfluo spiegare cosa sia, ma visto che la definizione corretta è Onda di Barra, mi sembra possa rientrare a pieno titolo in quanto sto scrivendo… Quando il flusso della corrente di un fiume, nello sfociare in mare, incontra un flusso contrario, si formano delle belle onde. Ricordate Apocalyps Now, quando il marine che da civile faceva surf viene portato in elicottero a surfare? Quelle erano onde di barra. Quando c’era una ponentata forte, da Fiumara non si usciva, era una regola di natura, come il sole che sorge sempre a Est! Nel cavo dell’onda di una potente barra si arrivava a sfiorare il fondo, e per una barca a vela, che solitamente pesca almeno 1.5 – 1.8 metri sarebbe stato un incontro quanto mai distruttivo.
Sono indelebilmente impressi nella mia memoria i pezzi del relitto in ferro cemento, naufragato all’imboccatura di Fiumara, lo scafo azzurro chiaro tritato in piccoli pezzi, l’elica con l’asse e astuccio in un angolo e poco lontano la pala del timone con il settore ancora collegato, come se un bambino avesse smontato un giocattolo di lego e conservato alcuni assiemi funzionali per poi ricostruirlo… Avevano tirato su il tutto con il ragno della draga e ributtato sul fianco del capannone del Nautilus, dove mio papà teneva ormeggiata la nostra Alpa 9.50.
Due posti dietro il nostro c’era il Kerkira di Straolino e li vicino il Marco Polo di Folco Quilici,  ma ora sto davvero divagando…
La Barra, quindi… quanti Sabato mattina iniziavano con il pellegrinaggio in macchina sino alla foce per verificare se fosse praticabile e quante frustrazioni quando il verdetto non lasciava speranze alla mia voglia di mare…
Le 60 miglia nautiche per arrivare a Ponza non avevano presentato problemi, il Go Bufalo di Ninni, bellisimo scafo di 10 in lamellare verniciato di bianco, con la poppa copalata e il legno a vista (lui diceva che i suoi avversari dovevano vedere solo quello, il suo parquet di poppa) era a breve distanza. Il gattone (come affettuosamente veniva chiamato il V-CAT 38, la nostra barca) era ben più lunga, quindi potenzialmente più veloce (le barche a vela plananti non esistevano, e il rating era quello della formula IOR), ma Go Bufalo era una barca da regata, praticamente vuota, che stringeva tanto e camminava bene nelle ariette.
Ci lasciammo Ponza alla nostra poppa all’imbrunire con il mare che si era già fatto abbastanza impegnativo: tante barche si erano ritirate trovando rifugio nel porto di Anzio, una barca aveva disalberato e un altra aveva rotto il boma. Una barca eveva un ferito a bordo… le brutte notizi al vhf si susseguivano senza sosta.
Cosa fare? Ritirarsi o proseguire? Ci fu un consulto nel pozzetto e si decise di proseguire. Ormai era notte fonda e le onde erano diventate cosi alte da sventare le vele… stranamente il vento non era in proporzione e non superò  mai i 40 nodi.
La barca era veramente sballottata come un turacciolo; il movimento era così violento e dal ritmo caotico che vomitammo tutti più volte. Nel buio non c’era nessun punto di riferimento e guardare il piatto della bussola che compiva evoluzioni impossibili era una vera tortura; quando il timoniere non resisteva piú, chiamava un cambio per poter girare la testa sotto vento e tirare fuoir dal povero stomaco un altro po’ di acido gastrico… a causa degli scuotimenti dello scafo  le cerniere della porta del bagno strapparono le viti dal legno e dopo la regata, controllando gli attacchi delle lande sotto coperta, ci si accorse che i fori nello scatolato di acciaio resinato allo scafo erano allargati ad asola e solo una piccola porzione di metallo tratteneva ancora i perni di giunzione. Nelle dotazioni di sicurezza avevamo le grosse tronchesi per tranciare le sartie e liberarci dall’albero, ma sarebbe stata davvero una brutta storia…
La barca resse i colpi del mare e l’equipaggio anche; sembra una banalità, ma per chi è abbituato a dare per scontata la qualità delle persone con cui va per mare, ritrovarsi con compagni non all’altezza è davvero una grossa delusione, anche sul piano umano. L’equipaggio del Daiquiry era praticamente sempre lo stesso e ognuno aveva una completa fiducia nelle capacità degli altri. Dormire in cuccetta, stremati dopo un turno e potersi abbandonare al sonno, affidando la propria vita allo scafo e hai ragazzi del turno montante è una cosa che non deve lasciare spazio a dubbi!
Alla premiazione Malingri junior, che aveva partecipato con il Moanone (il moana di 60 piedi costruito nel ’92 per la Vendee Globe), disse che onde così alte non le aveva incontrate nemmeno in atlantico!
Forse sarebbe stato più saggio ritirarsi, ma forse no! La soddisfazione di essersi misurati con gli elementi, con la consapevolezza di essere attrezzati e preparati per farlo, imprime nel carattere l’idea di potercela fare, di lottare e di vincere… non la regata, ma la fiducia in se stessi e negli altri.

Dopo tanti anni di gioco con le onde giunsi finalmente all’esperienza che fa delle onde la sua unica ragion’ d’essere: il surf, ossia la tavola con la quale le onde si cavalcano davvero.
Bellissima la descrizione fatta da Jack London nel suo libro La crociera dello Snark pubblicato nel 1885 e che consiglio di leggere a ogni amante del mare e delle sensazioni vissute con intensità.
Avevo passato i 25 anni quando si è realizzata la possibilità di questa nuova esperienza, che poi, dal punto di vista pratico, ha occupato solo un periodo brevissimo della mia vita, di poche giornate, ma vissute assaporandone ogni singolo istante.
Iniziare uno sport che richiede grande preparazione atletica, equilibrio, tempismo e resistenza fisica a 25 anni compiuti implica che difficilmente si diventerà davvero padroni della materia (è come la differenza tra una persona che è nata con il sedere su una sella e uno che inizia a guidare la moto dopo i 40: può diventare un buon motociclista, ma difficilmente avrà quegli automatismi che ti permettono di agire senza pensare, di essere la moto e non semplicemente di guidarla).
Il mondo dei surfer è una vera setta, molto chiusa, con regole definite, ma di difficile comprensione per un non iniziato (roba tipo sono il capo branco e sulla mia onda parto per primo). Per me la chiave di ingresso è stata un amico, Saverio, con il quale ho anche appreso i rudimenti dell’arrampicata sportiva, il contatto fisico con la roccia, la capacità di ripartire il proprio peso tra le due dita di una mano e la punta di un piede per un totale di pochi cm quadrati di superficie di appoggio… Tornando al surf, e quindi alle onde, vorrei, prima di procedere, ribadire che non sono certo persona che possa insegnare qualcosa su questa materia! sono solo le mie impressioni, sensazioni ed emozioni che spero riuscire, almeno in parte, a trasmettere; quindi nulla di tecnico e nulla da insegnare!
La tavola me la prestò Alex, ricordo che era tutta bianca con dei disegni neri e tre pinnette, di identico colore, a poppa, resinate con la tavola stessa…
(Digressione – nell’organizzare queste righe rivivo quei momenti, li riassaporo: l’acqua gelida sulla faccia, la schiuma delle onde, il sale che ti fa lacrimare, l’onda che si alza davanti e non devi farti respingere sulla riva… Il meccanismo del ricordo… il cervello è come il muscolo e per mantenerlo tonico deve essere usato. Nella mia fantasia rappresento la memoria come parole scritte con lettere tridimensionali, che lentamente affondano in una densa melassa che le scioglie. Se ti sforzi di ricordare, ricostruisci i legami, le associazioni logiche e le parole riemergono, lucide. Più le parole rimangono nella melassa del tempo e maggiore è lo sforzo necessario per farle riemergere. Quando si sciolgono il ricordo è per sempre perduto… Chissà, magari scrivere per ricordare e rivivere potrebbe essere una cura contro l’Alzheimer, anche se in questo caso la morte della mente inizia coinvolgendo il ricordo a breve termine, poi quello a lungo e infine uccide il carattere, ossia quella serie di comportamenti che caratterizzano una persona… La mia cara nonnina Gemma, quando non mi riconosceva più, aveva comunque tutto un insieme di comportamenti propri della sua persona, il suo modo di ribattere o di affermarsi; quando anche questo evaporò allora rimase proprio solo il contenitore esterno, che purtroppo ha funzionato ancora per anni…)
Surfare è sicuramente un attività di grandissimo coinvolgimento fisico e mentale, e come spesso accade in questi casi, si instaura un forte rapporto tra l’uomo e il mezzo che rende possibile tale attività, ossia tra il surfer e la sua tavola. La sua costruzione , i colori, la forma, entrano a far parte della cultura del surfare e gli artigiani/surfisti, costruttori di tavole, sono i demiurghi che rendono possibile agli adepti praticare la loro religione.
Film come Un mercoledì da leoni ben rappresentano tutto questo, ma scoprire che anche a Roma esistevano simili realtà per me fu una sorpresa.
Le due spiagge di riferimento erano Banzai beach, vicino a S. Marinella e l’altra nel tratto di mare tra Anzio e Nettuno, proprio sotto un bunker trasformato in opera artistica. E questa spiaggia, più semplice (perché senza scogli) rispetto a quella di S. Marinella, ha visto il mio primo cimento con la tavola tra le onde.
Onde non comparabili a quelle dell’oceano, ma anche un onda di un paio di metri, stando immersi in acqua o sdraiati sul surf, la devi comunque guardare dal basso verso l’alto e mentre ti viene incontro, con la cresta bianca che inizia a frangere, sa trasmettere un bell’effetto di forza primordiale, con la quale ti devi misurare.
Per andare a surfare si parte presto e il parcheggio vicino al mare, all’arrivo, è frequentato solo da altri surfer… e non potrebbe essere altrimenti, considerando che è inverno e non sono ancora le nove del mattino.
In maglione e costume da bagno scendo i gradini che portano alla spiaggia, per bagnare la muta e riuscire a infilarmela. Uso la mia 5 mm da sub, non molto comoda per muoversi, ma calda per affrontare l’acqua del mare invernale. Il cappuccio integrato, che mi toglierebbe troppa mobilità lo lascio aperto che pende sulla schiena. Anche il petto della muta è differente da quella usata per il surf e non ha la gomma per aumentare l’attrito sulla tavola: spero che la cera della candela che ho strofinato sul surf possa sopperire. Fisso alla caviglia il cavetto che parte dalla poppa della tavola e mi avvio a piedi nudi verso le onde. L’acqua gelida mi morde fino al collarino di neoprene della muta, affondo le dita dei piedi nella sabbia resa più compatta dall’acqua: mi sento felice e vivo come non mai!
Il surf è la scusa per poter correre contro le onde di un grigio mare d’inverno senza essere preso per matto…
Loro frangono a un centinaio di metri e la schiuma si spinge sino a riva; quando l’acqua supera il ginocchio mi sdraio sulla tavola e inizio a remare con le braccia. Avvicinandomi ai frangenti un muro di schiuma sempre più compatto e potente cerca di respingermi: lo sforzo da fare è sempre maggiore e alla minima esitazione si perdono decine di metri in un secondo. Quando il muro di schiuma dell’onda che si è appena infranta è molto spesso, la tecnica per non farsi respingere consiste nell’afferrare la tavola per i bordi, proprio all’altezza delle spalle, e spingerla violentemente sott’acqua, distendendo di colpo le braccia verso il fondo. Lo scopo è farsi passare sopra la massa di acqua che corre verso la riva, mantenendo più o meno la posizione rispetto al fondo; appena la spinta positiva della tavola ti fa riemergere, riprendi a nuotare con le braccia, sempre amorevolmente disteso sulla tavola.
Quando invece l’onda si alza davanti a te, devi cercare di bucarla, per non farti travolgere dal frangente che si richiude sopra di te, magari a un paio di metri sopra la tua testa. I miei genitori mi hanno mandato in piscina da quando avevo cinque anni e di vasche ne ho fatte davvero tante, ma il senso della sfida con la natura ha un gusto incomparabile: le onde ti ributtano a riva e tu devi riuscire a batterle. Loro sono implacabili e tu non devi lasciarti respingere… Per me è la mia prima volta, ma non ho certo paura. Probabilmente manco di tecnica, non sono bravo a delfinare sotto lo schiumone, faccio una fatica bestiale a remare con le braccia; osservo gli altri che scivolano sull’acqua senza sforzo apparente mentre remo sempre più forte da farmi scoppiare i polmoni, ma alla fine riesco a superare la linea dei frangenti e raggiungo il paradiso. Ora sono fuori, vedo le onde mentre alzano la schiena e non corro più il rischio di essere ributtato in spiaggia!
Adesso ci si mette a cavalcioni, stringendo la tavola tra le gambe, leggermente a poppa del baricentro, per tenerla con la prua che punta verso il cielo. Scruto le onde che arrivano dal largo e osservo la partenza di quelli che hanno già scelto la loro; la spiaggia è lontana come la fatica e l’emozione. Le onde arrivano ma io aspetto; mi sembra sempre che l’onda che sta passando sia la migliore ma allo stesso tempo penso che se aspetto ancora un po’, ne prenderò una più grande. Poi, improvvisamente decido, mi sdraio nuovamente sulla tavola e inizio a nuotate per pareggiare la velocità dell’onda che mi passa sotto e corre verso la riva. Al momento giusto smetto di remare, spingo la punta del surf sotto l’acqua e se ha avuto buona sincronia, la tavola parte. Tutta quella forza colossale che prima dovevi vincere, per non farti ricacciare a riva, ora ti da propulsione, solleva la poppa del tuo surf e ti accelera: è una forza inarrestabile, ora sono partito e non si torna più indietro. Tutta la fatica per superare il muro dei frangenti in cambio di pochi secondi di spinta che ti rendono partecipe della forza dell’onda… e come torneranno ancora, in sogno, quei pochi secondi. Questo è stato il mio surf e lasciando ora queste parole a galleggiare nei cristalli liquidi dello schermo, sento la voglia struggente di riprovare ancora… Adesso di anni ne ho altri 20 in più di allora e la tecnica non l’ho mai realmente appresa; magari scopro di non essere più in grado di superare la linea dei frangenti, magari rischi di corrompere con la delusione un ricordo puro, che adesso, grazie alla rievocazione, galleggia alto sopra la melassa del tempo corruttore…

Scrivendo queste note, un po’ per diletto e un po’ per introspezione ( una cosa del tipo scrivi sul tuo blog che ti passa… in effetti ho sempre scritto, e ho sempre pensato al risvolto terapeutico dello scrivere. Questa nuova modalità però ti permette di aprire le parole a un immaginario pubblico senza confini. Poi, nella realtà, sei solo tu a leggerle, ma vuoi mettere  l’effetto…), mi sono reso conto che se non avessero inventato il gommone, probabilmente la mia vita sarebbe stata differente.
Quell’anno (era il ’96) decisi che sarei stato unico artefice delle decisioni riguardanti le mie prossime navigazioni e pertanto necessitavo di un imbarcazione… Con l’acquisto di Hurricane mio padre aveva acquisito anche la gomma di un gommone Novamarine di 3.2 metri e quando dico la gomma, intendo proprio la sola gomma, senza pagliolato, senza chiglia, senza remi e senza motore…
Probabilmente film come “Operazione sottoveste” e simili (ricordate il sommergibile verniciato di rosa? ) hanno avuto una certa influenza nel mio modo di affrontare la vita… Inventarsi un obbiettivo, una missione e cercare di perseguirlo in una totale carenza di mezzi, per sopperire alla quale avrei dovuto impiegare tutta l’arte mia…
E proprio questo organizzare, progettare e realizzare è sempre stato parte imprescindibile della soddisfazione nel raggiungere un obbiettivo (assolutamente banale che le cose sudate diano più soddisfazione di quelle regalate… però è proprio così).
Il campeggio nautico, rigurgito anni ’70 conosciuto dalle vecchie riviste del settore che ancora circolavano per casa nel ’90, era il sogno, la Corsica l’obiettivo e la gomma del gommone la carenza di mezzi.
Il mio amico alex mi prestava un vecchio fuoribordo Mercury 20 cv del 1974 e Giusy, la mia ragazza, condiva il tutto con l’entusiasmo un po’ incosciente dei suoi 18 anni (quando ti penso, è sempre con grande affetto, e spero che questo ti dia gioia, nel posto dove ti trovi ora…).
L’idea era quella di partire con il traghetto da Civitavecchia, arrivare alla Maddalena in macchina, gonfiare i gommoni (all’avventura si era unito anche Marcolino, con un amica), attraversare le bocche, rifare benzina a Bonifacio e proseguire verso nord, dormendo sulle spiagge e mangiando il pesce infiocinato con l’arbalete.
Ogni singolo momento di questa avventura, dalla progettazione della chiglia scomponibile alla realizzazione del pagliolato, dalla notte trascorsa a Lavezzi, alla pastasciutta al sugo di Cernia nel golfo di Ventilegne, meriterebbe di essere raccontato e probabilmente lo farò in un prossimo scritto.
Tornando al soggetto di queste narrazioni, una vera fabbrica di onde è proprio il canale tra Corsica e Sardegna. Quando soffia il maestrale le due isole innescano un effetto Venturi di enormi proporzioni: il mare, in un momento, da quieto, diviene bianco di schiume ( … il vento si farà lupo e il mare si farà sciacallo … come recitava il grande poeta de’André ) e gli scogli si trasformano in denti aguzzi. A muta testimonianza di questo rimangono i due cimiteri dell’isola di Lavezzi…
Noi eravamo di ritorno dalla nostra vacanza di errabondi zingari del mare, quando Eolo e Bonifacio hanno pensato di complicarci un po’ la vita… Appena sfilata la Corsica sulla sinistra, con Cavallo poco sotto e Lavezzi dritto di prua (rotta 150° per 8.5 nm), apparve evidente che la navigazione non sarebbe stata semplice: trovarsi tra onde di due metri quando navighi su un imbarcazione che è alta sull’acqua 40 centimetri non è particolarmente rassicurante e la mia passeggera, poverina, ha passato davvero dei brutti momenti.
La navigazione è stata anche molto lunga perché in quelle condizioni mantenere il gommone in planata era impossibile. Le onde arrivavano tra il traverso e il giardinetto: giocando di barra e acceleratore riuscivo a rimanere per qualche centinaio di metri nel cavo dell’onda, sino a quando non risalivo sul dorso dell’onda che mi precedeva, cercando di sfuggire al frangente di quella che mi inseguiva. La grande sicurezza del gommone è data dalla sua notevole spinta positiva in rapporto alle dimensioni; affondare un gommone gonfio è praticamente impossibile… è come mettere un pallone sott’acqua: appena lo si libera schizza verso la superficie. La cosa fondamentale è quella di non rovesciarlo e per l’equipaggio di non scivolare in mare. Nel cavo tra due onde il rischio è quello di ingavonarsi, con il mascone di sinistra che si pianta all’inizio dell’onda che precede e il frangente di quella che ti segue che ti prende al giardinetto di dritta, cercando proprio di rovesciarti. Altro rischio è quello di essere sbalzati in mare perché nell’ingavonata la barca si arresta di colpo e se non ti tieni forte finisci in mare per davvero. Percorrere le 8 miglia della traversata richiese più di due ore e durante il tragitto incontrammo solo una barca a vela… Certo sarebbe stato più prudente attendere il ritorno del tempo buono ma solitamente il “maestralotto” delle bocche soffia per una settimana e noi avevamo finito le vacanze, oltre ad avere già il biglietto per il traghetto di ritorno da Olbia. L’esperienza della navigazione con mare mosso portando una piccolissima imbarcazione planante è stata molto formativa per apprendere il ritmo delle onde e il modo di sfuggirle navigandoci dentro e sicuramente mi ha lasciato una conoscenza utile per le future esperienze della mia vita di marinaio.

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Arcipelago delle Pontine, isola di Palmarola, cala Brigantina…
Se al tempo avevo 14 anni, da allora ad oggi ne sono passati trenta.
(Digressione 1 – Forse è la vertigine di questa distanza temporale, sia essa misura verticale o orizzontale, indifferentemente dal ciglio del burrone al suo fondo… oppure da un argine all’altro del fiume, comunque mi provoca disorientamento e angoscia… Ma è l’unico modo per vivere, e per poter vivere bene si dovrebbe imparare a coniugare il tempo passato con la forza delle esperienze vissute e della conoscenza acquisita… Forse… )
( Digressione 2 – Sicuramente quello che scrivo, nel momento in cui le mie dita lo battono su questa tastiera virtuale, trasferendolo dall’analogico (ablazione della logica?) al digitale, una certa sfumatura di colore è data dal mio sentire del momento. Se ad esempio voglio parlare di un cubo di cemento, in base all’umore può magari divenire arrotondato sugli angoli, oppure ricoperto di gomma, oppure ancora colorato di viola a pois gialli. Certo è sempre un cubo… Ma anche qualcosa di diversamente percepito.
E alle piccole onde di Palmarola è toccato il momento ineliminabile (per me), della banale riflessione sulla mia sconfitta… Sempre impegnato a perdere…)
(Digressione 3 – Be’ quello era un altro giorno. Adesso sole e cielo azzurro.)
Negli anno ’80 Palmarola era disabitata, tranne il ristorante di cala del francese e qualche grotta nel tufo adibita ad alloggio per le vacanze.
Io e i miei genitori eravamo in albergo a Ponza, con il gommone al gavitello da Ciccio Nero. E proprio con la pantera rosa di mio padre (soprannome dello Zodiac mk2 GT, tutto rosso con i coni neri, che però, per una instabile pigmentazione della gomma, tendeva a diventare rosa), in 30′ di navigazione si arrivava a Palmarola.
Sul gommone avevamo panini, focaccia calda di forno, frutta e acqua in una tanichetta termica da 5 lt con un rubinetto sul fondo e i bicchieri contenuti nel grande tappo superiore di colore arancione. La tanichetta era per metà piena di giaccio e dentro mio papà, dopo averle lavate, immergeva due lattine di Peroni, che rimanevano gelate sino all’ora di pranzo. La mia giornata trascorreva tra esplorazioni del fondale, tuffi, arrampicate sugli scogli e nuotate con la torcia nelle grotte marine. All’epoca conoscevo il panorama subacqueo sasso per sasso e ricordo ancora oggi i percorsi a nuoto di molte grotte, i profili degli scogli e i colori delle pareti di roccia a picco sul mare; neri e aspri a punta tramontana, bianchi e friabili allo scoglio Suvace.
A cala Brigantina (pareti di roccia bianca e fondali pietrosi), tra punta Mezzogiorno, e l’omonimo faraglione, su un fondale di ciottoli, un gioco di correnti produceva una serie continua di ondine. Da nord verso sud, questo flusso di acqua, a causa del cambio di profondità, alzava delle piccole onde, la cui caratteristica era quella di non morire in fontane di spruzzi contro uno scoglio o esaurirsi nella quiete del piano inclinato della battigia, ma di sfogarsi nell’acqua di cala Brigantina, riassorbite nello stesso elemento che aveva prestato materia alla loro forma. Nuotandoci dentro, nel flusso, venivi spinto gentilmente in una deriva obliqua,  mentre nuotandoci contro sembrava di correre su un tapis roulant. Era come nuotare in un fiume, con la differenza che le labbra sapevano di sale e le onde facevano il tubo…
Era affascinante anche solo rimanere a guardarle, seduto sulla minuscola spiaggia di ciottoli di punta Mezzogiorno: una serie senza fine di onde che nascono, crescono e esauriscono parallele alla spiaggia, anziché andargli incontro.
Dopo le estati con il gommone sono arrivate quelle con la barca a vela, e con la barca è arrivata la nuova possibilità di trascorrere le notti alla fonda, in rada e la rada di Palmarola per me è sempre stata cala Brigantina. Certo, il fondo è cattivo tenitore ed è esposta ai venti del secondo e terzo quadrante: sicuramente non è un ormeggio di rifugio, ma tutto questo passa in secondo piano: per me è sempre stata un ormeggio di sentimenti del mare; di  vita e di mare.
Sul far’ della sera centinaia di gabbiani tornano ai nidi nella parete di roccia a strapiombo sul mare e per dieci minuti l’aria è satura del loro garrire.
Cala Brigantina è stato anche il primo approdo dopo la partenza dal sud della Sardegna, l’incontro con lo scrittore americano che viveva nel suo 12 metri di alluminio a deriva mobile e trascorreva i suoi inverni nel porto della Senna al centro di Parigi e la sua stupenda amica, avvocatessa di New York, volata attraverso l’atlantico per trascorrere un estate nel caldo Mediterraneo… Che bello il suo costume nero e la sua pelle abbronzata, gli occhi azzurri e i suoi capelli a spazzola…
Palmarola deve il suo nome a un tipo di palma nana endemica. Ed è stato arrampicandomi sul faraglione Mezzogiorno che sono riuscito a vederne una da vicino.
Diventando più grande ho imparato ad apprezzare anche la quiete degli scogli del versante sud ovest della cala, dove ho trascorso intere giornate tra le pagine di in libro e l’acqua del mare, sempre con la musica delle onde.