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18 / 04 / 2017.

Un Bavaria di 40 piedi fa naufragio davanti alla diga di levante posta a protezione dell’imboccatura del canale.

Dalla stampa generalista la notizia è liquidata in poco più che poche righe, probabilmente perchè ci sono stati 4 morti. I siti web delle riviste di settore provano ad approfondire, ma senza riuscire ad andare molto oltre.

Sarebbe interessante raccoglire e riportare i fatti vissuti da chi lo può raccontare, chi era a bordo. Sarebbe interessante capire l’esatta dinamica di quanto accaduto… anziché leggere banalità sul tipo “montagna assassina, morti in due durante l’asciensione…”.

Questa che riporto è la mia interpretazione dell’accaduto, in mancanza di informazioni certe e di prima mano.

Dalla foto della barca, adagiata sulla scogliera frangiflutti del molo di levante, ancora con l’albero, si vede la trinchetta su avvolgitore, aperta.
In condizioni di bora a 45 nodi (condizioni severe si, ma definirle proibitive… mi sembra davvero un’esagerazione), la manovra corretta deve essere entrare proprio con una vela di prua, senza randa e con il motore acceso ma in folle. Non avrebbe avuto senso togliere le vele ed entrare a motore, dopo aver navigato a vela per 25 nm, da Marina di Ravenna. Soprattutto avendo una trinchetta avvolgibile. Una volta entrati nella zona di calmiera, con il motore che è rimasto in moto per tutto l’avvicinamento, si toglie la vela e si procede all’ormeggio. Se il motore si è spento… non si toglie la vela.
Mi sembrerebbe strano che un equipaggio esperto, quale mi aspetto sia quello che parte alla volta di Trapani (800 Nm… non esattamente una gita pomeridiana!), con bora a 30, 35 nodi e raffiche da 40 a 45, abbia adottato una strategia differente.
Un’ipotesi potrebbe essere una errata interpretazione dell’ingresso, che li ha portato proprio verso il frangionde del molo di levante, orientato Est – Ovest.
Quando l’hanno capito è stato troppo tardi, si sono messi con le onde al traverso, in una zona dove i frangenti erano già vivi e la barca è stata spinta sulle rocce. Se la barca non avesse perso la chiglia prima di arrivare in secca sulle rocce, probabilmente non sarebbe morto nessuno.
Questa è la seconda volta che mi capita di vedere un Bavaria perdere la chiglia in seguito ad un urto con il fondo. Dopo aver visto altre barche con la chiglia parzialmente rientrata nello scafo, pinne in piombo gravemente deformate per essere andate sugli scogli e foto di barche spiaggiate ma tutte con la chiglia ancora al suo posto, qualche pensiero mi viene. E’ ovvio che c’è urto e urto e che due episodi non fanno certo statistica… ma sarebbe interessante vedere se si sono tranciati i perni oppure hanno ceduto i madieri, oppure si è strappato il fondo dello scafo, madieri compresi.
In aeronautica, dopo ogni incidente, si apre una procedura d’indagine e quando si hanno dati certi a disposizione, si pubblicano i risultati. Questo sia per l’agire del pilota che per le prestazioni dei materiali. Facendolo anche per la nautica da diporto si concorrerebbe ad incrementare la cultura della sicurezza, sia per gli equipaggi che per i costruttori.

Dopo tante traversate burrascose, lunghe e faticose, quest’ultima, oltre che calma e tranquilla, è stata anche particolarmente veloce. Alle 10:00 presento i documenti in dogana. Il poliziotto ispeziona anche la barca e poi mi saluta cordialmente.
Passo la notte in una baia a sud ovest dell’isola di Cres e ora sono sotto vela, diretto a Pag.

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Autopilota, pannello solare e vento. La barca andrebbe idealmente avanti all’infinito…

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Ecco il pontone al lavoro per rimuovere il cargo affondato quest’inverno tre miglia fuori le dighe del porto ravennate.

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Non proprio sulla rotta per Lussino, ma abbastanza vicino 🙂
Eccomi alla prima traversata dell’anno. Fino a ieri governava l’indecisione tra una partenza serale con navigazione di notte e una all’alba.

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Non so se si vede la linea della costa… questo dovrebbe darvi un indizio sulla decisione finale.
Dieci nodi di vento di sudest. Mare mosso, ma non fastidioso. Fenomeni in attenuazione.

Ore 22.00
Il sole è tramontato da un paio d’ore e anche la luce del crepuscolo si è ormai affievolita. Come previsto il vento è calato a 6 nodi e le onde si son fatte più tranquille…
Ora, illuminata dalla luce della luna, anche la mia barca sembra più bella: i graffi del gelcoat e le abrasioni della vernice… tutto sfumato in un omogeneo biancore.
Finalmente, dopo anni di inattività, il log ha ripreso a indicare miglia e nodi grazie al nuovo trasduttore; il pilota automatico, completamente rinnovato nella meccanica e nell’elettronica, timona senza ritardi.
La mia piccola, vecchia barca! traccia la sua rotta, conduce il suo conduttore, galleggia, si inclina, beccheggia su questo residuo d’onda… quanto mi era mancata!
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Ore 00:30, 4 nodi di vento al traverso, mere quasi calmo. Una luminosità lunare che quasi riscalda il cuore, complice il clima mite. L’umidità notturna fa ben sperare per la meteo dei prossimi giorni. 59 nm dal traverso dello scoglio Zabodarski, poi dogana, capitaneria e dormita… tra circa 10 ore.

Ecco l’alba… 32 nm da Lussino
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Ore 5:30. Il sole è ora sorto dalle acque 🙂
Alla mia dritta si incrociano due giganti del mare: il portacontainer della Maesark Line e la petroliera Yasa Orion a pieno carico, dal profilo bassissimo.
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Con la fotocamera e il binocolo gioco a fare il sommergibilista:
QUOTA PERISCOPIO
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Tubi uno e due pronti. Distanza 2300 metri. Fuori uno! Fuori due! …

Be, sono ormai sveglio da 24 ore e la stanchezza inizia a farsi sentire. Certo, rispetto alla traversata con burrasca questa è stata uno scherzo, ma anche la mancanza di sonno senza la necessità di concentrarsi su situazioni critiche è una discreta deriva mentale! E giochiamo al piccolo sommergibilista… poi passa!

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Due settimane, anzi no, due weekend… e contando i giorni, questi sono 15 e altri due ne passeranno… che non vedo il mare.
Nostalgia melanconica, ma scrivendone, una finestra su un panorama migliore fa entrare un soffio di salso.
Cielo grigio e pioggia rada che bagna i binari della parte fuori terra alla stazione di Bologna.
Il treno Ancona – Milano infatti non si tuffa nelle viscere di terra bolognese, ma rimane in galleggiamento sulla superficie.
Per me, dove finiscono le mie dita, è bello che ci sia una tastiera dove riversare umori e pensieri… non proprio la chitarra di de’ andreiana memoria, ma un modo per dire qualcosa a quella parte che ora ne ha bisogno.
Devo comunque considearmi fortunato: a metà Ottobre ho fatto il bagno, il veekend del 19 mi ha regalato mare piatto, vento giusto e sole caldo.
Due giornate trascorse alla fonda nell’isola di Figarola e due notti alla banchina del mercato di Rovigno.
Posti brulicanti di gente nel caldo dell’estate e ora così rilassati e tranquilli. Nella foto quello che si ammirava dal pozzetto di Pyxis durante una pigra colazione alle 11 di mattina.
La meta doveva essere differente: un lungo fine settimana a Venezia con la barca al marina di S.Elena. Ma la previsione di nebbia fitta per il Lunedì del ritorno mi ha fatto mutare rotta.
Chi ha navigato nella nebbia senza l’ausilio di un radar sa di cosa sto parlando. Ok il vento forte, ok la burrasca, ok le onde incrociate o il mare morto senza vento, ma la nebbia proprio no!
E poi la nebbia c’è stata davvero.
Partenza da Rovigno alle otto di mattina, dopo capitaneria e dogana; vento a 60° intensità 10 – 14 nodi e subito mando a riva lo spi, murato a prua.
Le sensazioni che amo, la tela che si gonfia di vento che tira sulla scotta e la barca che inizia ad accelerare. Quattro ore sul filo dei sette nodi e punte quasi a otto (il gps somma la corrente a favore…).
Poi il vento aumenta troppo, gira sui 55 e lo spi, facente funzione di mps, con i suoi 100 mt di tela proprio non si tiene più.
Ammainata un po’ bagnata. Guardando l’orizzonte dal mascone di dritta un muro di nuvole congiunge acqua e cielo e si avvicina: la fascinosa nebbia veneziana giunge da NW a darmi un saluto di cui avrei volentieri rinunciato… ma come sempre in mare non si ordina mai alla carta.
Tromba da nebbia gialla che fa scoppiare le orecchie a distanza ravvicinata. Per fortuna la visibilità non diventerà davvero mai preoccupante, ma saperlo dopo non ti può certo tranquillizzare prima.
Il mare è una distesa di tronchi portati dalle piene di questi giorni e ora mi spiego i colpi sullo scafo della notte della partenza.
Se proprio non si può navigare, almeno si possono richiamare momenti passati e progettare rotte future!

… adriatico centrale …
43°16’N – 15°56’E
19 Agosto 2014 – Ore 11 am
Più o meno dove la flotta austriaca affondò la pirofregata Re d’Italia, nel 1866.
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Attento, ecco l’onda… tienila, tienila!
No, no, devi anticiparla. Non farti portare all’orza, richiamala! Dai più timone!!
La barca parte in una straorzata da manuale, dopo una serie di rolli sempre più accentuati. Pensavo di riuscire a riprenderla, lasciando prima la possibilità di provare ed imparare a Federico, che stava timonando.
Con il senno di poi, avrei dovuto filare per occhio la scotta spy, anziché provare a recuperare con il timone una situazione ormai irrecuperabile. Va be’… mi servirà da memento.
Pyxis sbanda, falchetta in acqua,albero a 45, 40, 35 gradi con la linea dell’orizzonte; lo spy, poveretto, è in acqua e continua a tirare la testa d’albero verso il basso quando la cucitura tra il tessuto e la balumina di sottovento cede! La barca si raddrizza e la tela, sfinita da tante battaglie, garrisce al vento.
Peccato per il resto della vacanza… speriamo di avere solo vento di bolina.
Ritornato a casa, porto il vecchio frocione (nulla di omofobo, è semplicemente il nome con cui chiamo gli spy quando hanno colori come il giallo, il viola e il rosa. Tipici della metà, fine anni ’70)
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dal mio velaio per la riparazione. Credo che sia la quinta o sesta volta… ad una Pesaro – Rovigno gli ho addirittura staccato la penna e in veleria gli hanno cucito un collarino per riattaccare la testa al resto del corpo.
Roberto questa volta mi offre una soluzione alternativa, un vecchio spy dell’86 più o meno delle stesse dimensioni del mio, di una decina di cm più alto e di 40 più stretto, per 96 mt quadri di tela, con una bella sacca da regata con apertura a bauletto e doppio moschettone per attaccarla alla draglia bassa.
Domenica 21 Settembre esco per provarlo. È una giornata strana, qualche nodo di vento e una foschia che rende irreale ed evanescente ogni cosa si trovi sulla linea dell’orizzonte; una sorta di confine, di raggio di Schwarzschil oltre il quale piattaforme del metano, barche, montagne e profili di costa rimangono immagini congelate sull’orizzonte degli eventi…
Ita allo strozzatore della drizza e io a sbracciare all’albero; mandiamo a riva senza la copertura del genoa, complice il poco vento. Ecco, penna in testa, chiudi lo spinlock, cazza scotta: i quasi 100 mt di leggero tessuto zero .75 si aprono con uno schiocco di lingua e iniziano subito a tirare.
È un bello star cut bianco rosso e blu, molto classico e nemmeno spanciato, con un tessuto di aspetto ben più giovane rispetto al vecchio frocione. Mi piace! Entrerà a far parte della dotazione di vele di Pyxis!
Come diceva Roberto, ha un taglio con le spalle che scendono dalla penna abbastanza verticali; questo aumenta la stabilita della forma della vela.
La proviamo timonando sia io che Ita che il pilota automatico. Non gli dico nulla del taglio, gli chiedo solo che impressione gli abbia fatto: gli è simpatico, lo trova più stabile rispetto al vecchio e mantiene più facilmente la sua forma anche con un angolo di 40° al vento (be’ chiaramente con 4-6 nodi di aria, fino a un massimo apparente di 8, poi si deve iniziare ad allargare…).
Anche il pilota automatico sembra soddisfatto 🙂 , avendo fatto poche correzioni per mantenere la prua che avevo impostato.
Dalla foschia iniziano ad apparire tante barche a vela,provenienti tutte dalla stessa direzione, nord, nord est. È strano, penso al caso o ad una regata; mi danno l’impressione di una processione, una spece di rito. Scoprirò in seguito che il mare immobile, il vento leggero e la nebbiolina hanno accolto le ceneri di Lucio, armatore, comandante e skipper di Silver Fish, una splendida goletta di Sciarrelli di 50 piedi di cui lui aveva allestito gli interni e l’organizzazione della coperta.
Mi piace pensare che sia salpato per l’ultima navigazione mentre navigava con la sua barca, proseguendo la navigazione verso un porto nuovo, solo un po’ piú in la, rispetto alle rotte abituali…
Ci eravamo incrociati diverse volte, in regata, durante i campionati invernali, a Zara durante i cambi equipaggio e tra le isole di fronte a Sebenico… e tutte le volte mi hai dato l’opportunità di ammirare una splendida barca, con tante vele bianche come le nuvole e la linea dello scafo con il cavallino tanto pronunciato e la poppa stretta, a cuore, bella come una bella donna, che rimarrà sempre bella anche negli anni della maturità.
Buon vento, Lucio! Mare calmo e 15 nodi di bolina, per sempre…

Mi sono reso conto da un piccolo accadimento di pochi istanti fa, che c’è, in me, una certa inerzia nel credere che i mutamenti possano volgere anche al meglio, oltre che al peggio…
In questo momento sono in viaggio verso Milano e mentre ero sul regionale che mi portava a Bologna, avevo verificato con l’apposita APP 🙂 la percorrenza del Freccia Rossa che avrei preso: ritardo di 10 minuti. Arrivato a Bologna me la prendo comoda (sul regionale stavo scrivendo il post con la descrizione della regata lunga del mondiale di Ancona) e arrivando al mio binario per Milano, trovo il treno già li, che stava chiudendo le porte. Dall’ultima volta che avevo guardato aveva recuperato tutto il ritardo e si era riportato in cronometrico orario !!
Chissa, magari anche il paese può farcela 🙂