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Ecco il pontone al lavoro per rimuovere il cargo affondato quest’inverno tre miglia fuori le dighe del porto ravennate.

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Non proprio sulla rotta per Lussino, ma abbastanza vicino 🙂
Eccomi alla prima traversata dell’anno. Fino a ieri governava l’indecisione tra una partenza serale con navigazione di notte e una all’alba.

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Non so se si vede la linea della costa… questo dovrebbe darvi un indizio sulla decisione finale.
Dieci nodi di vento di sudest. Mare mosso, ma non fastidioso. Fenomeni in attenuazione.

Ore 22.00
Il sole è tramontato da un paio d’ore e anche la luce del crepuscolo si è ormai affievolita. Come previsto il vento è calato a 6 nodi e le onde si son fatte più tranquille…
Ora, illuminata dalla luce della luna, anche la mia barca sembra più bella: i graffi del gelcoat e le abrasioni della vernice… tutto sfumato in un omogeneo biancore.
Finalmente, dopo anni di inattività, il log ha ripreso a indicare miglia e nodi grazie al nuovo trasduttore; il pilota automatico, completamente rinnovato nella meccanica e nell’elettronica, timona senza ritardi.
La mia piccola, vecchia barca! traccia la sua rotta, conduce il suo conduttore, galleggia, si inclina, beccheggia su questo residuo d’onda… quanto mi era mancata!
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Ore 00:30, 4 nodi di vento al traverso, mere quasi calmo. Una luminosità lunare che quasi riscalda il cuore, complice il clima mite. L’umidità notturna fa ben sperare per la meteo dei prossimi giorni. 59 nm dal traverso dello scoglio Zabodarski, poi dogana, capitaneria e dormita… tra circa 10 ore.

Ecco l’alba… 32 nm da Lussino
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Ore 5:30. Il sole è ora sorto dalle acque 🙂
Alla mia dritta si incrociano due giganti del mare: il portacontainer della Maesark Line e la petroliera Yasa Orion a pieno carico, dal profilo bassissimo.
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Con la fotocamera e il binocolo gioco a fare il sommergibilista:
QUOTA PERISCOPIO
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Tubi uno e due pronti. Distanza 2300 metri. Fuori uno! Fuori due! …

Be, sono ormai sveglio da 24 ore e la stanchezza inizia a farsi sentire. Certo, rispetto alla traversata con burrasca questa è stata uno scherzo, ma anche la mancanza di sonno senza la necessità di concentrarsi su situazioni critiche è una discreta deriva mentale! E giochiamo al piccolo sommergibilista… poi passa!

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Due settimane, anzi no, due weekend… e contando i giorni, questi sono 15 e altri due ne passeranno… che non vedo il mare.
Nostalgia melanconica, ma scrivendone, una finestra su un panorama migliore fa entrare un soffio di salso.
Cielo grigio e pioggia rada che bagna i binari della parte fuori terra alla stazione di Bologna.
Il treno Ancona – Milano infatti non si tuffa nelle viscere di terra bolognese, ma rimane in galleggiamento sulla superficie.
Per me, dove finiscono le mie dita, è bello che ci sia una tastiera dove riversare umori e pensieri… non proprio la chitarra di de’ andreiana memoria, ma un modo per dire qualcosa a quella parte che ora ne ha bisogno.
Devo comunque considearmi fortunato: a metà Ottobre ho fatto il bagno, il veekend del 19 mi ha regalato mare piatto, vento giusto e sole caldo.
Due giornate trascorse alla fonda nell’isola di Figarola e due notti alla banchina del mercato di Rovigno.
Posti brulicanti di gente nel caldo dell’estate e ora così rilassati e tranquilli. Nella foto quello che si ammirava dal pozzetto di Pyxis durante una pigra colazione alle 11 di mattina.
La meta doveva essere differente: un lungo fine settimana a Venezia con la barca al marina di S.Elena. Ma la previsione di nebbia fitta per il Lunedì del ritorno mi ha fatto mutare rotta.
Chi ha navigato nella nebbia senza l’ausilio di un radar sa di cosa sto parlando. Ok il vento forte, ok la burrasca, ok le onde incrociate o il mare morto senza vento, ma la nebbia proprio no!
E poi la nebbia c’è stata davvero.
Partenza da Rovigno alle otto di mattina, dopo capitaneria e dogana; vento a 60° intensità 10 – 14 nodi e subito mando a riva lo spi, murato a prua.
Le sensazioni che amo, la tela che si gonfia di vento che tira sulla scotta e la barca che inizia ad accelerare. Quattro ore sul filo dei sette nodi e punte quasi a otto (il gps somma la corrente a favore…).
Poi il vento aumenta troppo, gira sui 55 e lo spi, facente funzione di mps, con i suoi 100 mt di tela proprio non si tiene più.
Ammainata un po’ bagnata. Guardando l’orizzonte dal mascone di dritta un muro di nuvole congiunge acqua e cielo e si avvicina: la fascinosa nebbia veneziana giunge da NW a darmi un saluto di cui avrei volentieri rinunciato… ma come sempre in mare non si ordina mai alla carta.
Tromba da nebbia gialla che fa scoppiare le orecchie a distanza ravvicinata. Per fortuna la visibilità non diventerà davvero mai preoccupante, ma saperlo dopo non ti può certo tranquillizzare prima.
Il mare è una distesa di tronchi portati dalle piene di questi giorni e ora mi spiego i colpi sullo scafo della notte della partenza.
Se proprio non si può navigare, almeno si possono richiamare momenti passati e progettare rotte future!

… adriatico centrale …
43°16’N – 15°56’E
19 Agosto 2014 – Ore 11 am
Più o meno dove la flotta austriaca affondò la pirofregata Re d’Italia, nel 1866.
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Attento, ecco l’onda… tienila, tienila!
No, no, devi anticiparla. Non farti portare all’orza, richiamala! Dai più timone!!
La barca parte in una straorzata da manuale, dopo una serie di rolli sempre più accentuati. Pensavo di riuscire a riprenderla, lasciando prima la possibilità di provare ed imparare a Federico, che stava timonando.
Con il senno di poi, avrei dovuto filare per occhio la scotta spy, anziché provare a recuperare con il timone una situazione ormai irrecuperabile. Va be’… mi servirà da memento.
Pyxis sbanda, falchetta in acqua,albero a 45, 40, 35 gradi con la linea dell’orizzonte; lo spy, poveretto, è in acqua e continua a tirare la testa d’albero verso il basso quando la cucitura tra il tessuto e la balumina di sottovento cede! La barca si raddrizza e la tela, sfinita da tante battaglie, garrisce al vento.
Peccato per il resto della vacanza… speriamo di avere solo vento di bolina.
Ritornato a casa, porto il vecchio frocione (nulla di omofobo, è semplicemente il nome con cui chiamo gli spy quando hanno colori come il giallo, il viola e il rosa. Tipici della metà, fine anni ’70)
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dal mio velaio per la riparazione. Credo che sia la quinta o sesta volta… ad una Pesaro – Rovigno gli ho addirittura staccato la penna e in veleria gli hanno cucito un collarino per riattaccare la testa al resto del corpo.
Roberto questa volta mi offre una soluzione alternativa, un vecchio spy dell’86 più o meno delle stesse dimensioni del mio, di una decina di cm più alto e di 40 più stretto, per 96 mt quadri di tela, con una bella sacca da regata con apertura a bauletto e doppio moschettone per attaccarla alla draglia bassa.
Domenica 21 Settembre esco per provarlo. È una giornata strana, qualche nodo di vento e una foschia che rende irreale ed evanescente ogni cosa si trovi sulla linea dell’orizzonte; una sorta di confine, di raggio di Schwarzschil oltre il quale piattaforme del metano, barche, montagne e profili di costa rimangono immagini congelate sull’orizzonte degli eventi…
Ita allo strozzatore della drizza e io a sbracciare all’albero; mandiamo a riva senza la copertura del genoa, complice il poco vento. Ecco, penna in testa, chiudi lo spinlock, cazza scotta: i quasi 100 mt di leggero tessuto zero .75 si aprono con uno schiocco di lingua e iniziano subito a tirare.
È un bello star cut bianco rosso e blu, molto classico e nemmeno spanciato, con un tessuto di aspetto ben più giovane rispetto al vecchio frocione. Mi piace! Entrerà a far parte della dotazione di vele di Pyxis!
Come diceva Roberto, ha un taglio con le spalle che scendono dalla penna abbastanza verticali; questo aumenta la stabilita della forma della vela.
La proviamo timonando sia io che Ita che il pilota automatico. Non gli dico nulla del taglio, gli chiedo solo che impressione gli abbia fatto: gli è simpatico, lo trova più stabile rispetto al vecchio e mantiene più facilmente la sua forma anche con un angolo di 40° al vento (be’ chiaramente con 4-6 nodi di aria, fino a un massimo apparente di 8, poi si deve iniziare ad allargare…).
Anche il pilota automatico sembra soddisfatto 🙂 , avendo fatto poche correzioni per mantenere la prua che avevo impostato.
Dalla foschia iniziano ad apparire tante barche a vela,provenienti tutte dalla stessa direzione, nord, nord est. È strano, penso al caso o ad una regata; mi danno l’impressione di una processione, una spece di rito. Scoprirò in seguito che il mare immobile, il vento leggero e la nebbiolina hanno accolto le ceneri di Lucio, armatore, comandante e skipper di Silver Fish, una splendida goletta di Sciarrelli di 50 piedi di cui lui aveva allestito gli interni e l’organizzazione della coperta.
Mi piace pensare che sia salpato per l’ultima navigazione mentre navigava con la sua barca, proseguendo la navigazione verso un porto nuovo, solo un po’ piú in la, rispetto alle rotte abituali…
Ci eravamo incrociati diverse volte, in regata, durante i campionati invernali, a Zara durante i cambi equipaggio e tra le isole di fronte a Sebenico… e tutte le volte mi hai dato l’opportunità di ammirare una splendida barca, con tante vele bianche come le nuvole e la linea dello scafo con il cavallino tanto pronunciato e la poppa stretta, a cuore, bella come una bella donna, che rimarrà sempre bella anche negli anni della maturità.
Buon vento, Lucio! Mare calmo e 15 nodi di bolina, per sempre…

Le sveglia delle 6 di mattina è stata anticipata dal vociare di gente che tornava a casa alle 5:30, augurando buona notte mentre scendeva dalle macchine degli amici. La saracinesca del panettiere e quella dell’ortolano…
Sveglio prima della sveglia, non proprio con il sorriso sulle labbra, ma riposato e di buon umore. Fuori era buio, solo un inizio di chiarore dall’est.
Ora il sole sta sorgendo e dal mio posto sul treno è quasi in asse con il mio sguardo, solo pochi gradi più a sinistra.
Campagna, campi che riposano sotto una nebbia rarefatta che rende appena sfocate le immagini, come un filtro leggero, sapientement scelto dall’occhio esperto di un fotografo.
Il sole rosso arancione ora la illumina da dentro, trasmettendogli una nota leggermente rosata; adesso il filtro è da matrimonio, forse un po’ troppo marcato e meno elegante. La ricerca di un effetto scelto da catalogo, per clienti di borgata, che vedono il futuro benevolo in un viraggio della luce che avvolgerà le immagini delle loro nozze.
Il panorama scorre, il sole si alza ancora un po sui campi; il tempo scorre, il proiettore carca un nuova diapositiva con il tlack secco della porta del treno che si apre alla stazione di Bologna.
Scale mobili, pareti di vetro, pilastri di cemento armato a sezione circolare; decine di metri sotto terra, in un ambiente asettico e ordinato per prendere la metropolitana d’italia.
Non mi lamento di nulla, sono contento di essere in movimento per qualcosa, mi piacciono i luoghi asettici e ordinati, apprezzo le combinazioni di colore tra vestito, camicia e cravatta. Il risultato è davvero buono, peccato abbia sempre bisogno di un aiuto esterno per raggiungerlo… si potrebbe pensare ad una nuova app che con un algoritmo dia una valutazione sulla bontà della combinazione di colori…
Ecco il mio treno…
Pulito, ordinato e asettico “…siete pregati di abbassare la suoneria del vostro cellulare e il tono della voce per non…”.
Praticamente tutta gente che si sta spostando per lavoro, mediamente educata, benvestita e pulita. Ora sono seduto fronte marcia e il sole è alle mie spalle, coperto dalle nuvole. Cielo grigio azzurro, campagna, fattorie e autostrada. Le macchine sono tutte più lente e le superiamo in souplesse.
Il Po è gonfio d’acqua che riflette il grigio senza sole, lambisce l’argine e scorre contro i piloni della ferrovia. Quella stessa acqua me la ritroverò, debitamente salata, a lambire la carena della mia barca. Dal delta il flusso piega verso sud est, seguendo la costa. A Ravenna la corrente è di quasi un nodo; navigando verso Rimini e misutando la velocità con il GPS, ti sembra di essere un fulmine…
Ancora 16 minuti all’arrivo; campagna, autostrada, macchine e fattorie.
Carico una nuova diapo, ma non in tempo reale… ora dalla mia mente, da uno di quei box grigi con lo sportello frontale bianco fatti per essere impilati e incastrati tra loro…
Un tempo di qualche anno fa, dopo giorni e giorni di pioggia il Po sembrava stesse trascinando in mare metà della terra della pianura Padana…
Un altro tlack, un altra diapositiva… porta del treno, caricatore di telaietti, porta della metropolitana, sequenze veloci, ondeggiamenti e sibili, fermate sotterranee “…fermata Piola, treno per Gessate…”. Il vagone si scuote, accelera, rallenta, sibila e fischia. Ancora poco e il programma “giornata di lavoro” sta per essere caricata in memoria per l’esecuzione. Ok, pronto a entrare in scena!

Il passato weekend è stato davvero magico, complici il mare e la barca a vela…
Sabato e Domenica di sole e di caldo. Vento leggero 4, 6 nodi e mare piatto.
La chiave di tutto è il mare piatto; con un vento così leggero un po’ d’onda avrebbe piantato la barca, ma con il mare piatto lei ha il tempo di accelerare, di inclinarsi docilmente e di correre in una bolina larga e abbastanza potente…
Il mare piatto è come un tavolo da biliardo, dove con una sola piccola spinta la palla rotola veloce; il mare piatto è come una lastra di ghiaccio dove il pattinatore sembra avanzare molto più velocemente dello sforzo mostrato nell’azione. Certo, un pò di vento è necessario, ma il mare piatto permette la magia dell’accelerazione che crea vento che crea accelerazione.
Insomma il mare piatto ha avuto un suo peso nel dare luce alle due giornate del weekend.
E mi stavo godendo il bel mare piatto e la dolce brezza, quando mi accorgo di un’ondina che rotola veloce… poi un altra… e la schiena di un delfino pochi metri sulla dritta; poi due delfini affiancati, poi tre. Alzo lo sguardo e mi rendo conto che a perdita d’occhio, la superfice del mare è mossa da mille schiene di delfini! Vedo le persone sulle barche lontane che si sbracciano, indicano, scrutano l’orizzonte. Devono essere davvero un numero enorme di delfini, sia adulti che piccoli… e siamo a sole tre miglia dalla costa ravennate. Rimuggino un po’ se anche per i delfini si deve usare il termine banco, come per i pesci, oppure branco, come per gli animali terricoli (sicuramente non stormo, riservato ai volatili, o sciame, per gli insetti). Un grande numero di mammiferi si definisce branco… quindi mi sono ritrovato a navigare in mezzo ad un enorme branco di delfini. Mia figlia corre felice da prua a poppa, indica e si sbraccia “guarda papà, un piccolo con i suoi genitori, guarda questo come è vicino, guarda i suoi occhi quando esce con il dorso dall’acqua, guarda laggiù quanti sono…”
Sembrano non avere fine, occupare ogni tratto del mare dove stiamo navigando e poi, in un attimo, la superfice torna liscia come il panno verde del biliardo.
A tre miglia dalla costa di Ravenna il mare in effetti è proprio verde; quando si è in acqua la visibilità è di pochi centimetri. Continuando a veleggiare arriviamo davanti a porto Garibaldi, a poche centinaia di metri dalla riva. Lo scandaglio indica quattro metri di fono; è tempo di virare per tornare alla battimetrica dei dieci metri. Sto preparando la manovra dando un giro di scotta intorno al winch di sopravento quando vedo un guizzo argentato a pochi centimetri dalla superfice: un grosso pesce, forse una spigola, sta inseguendo due pesci molto più piccoli. Passa una frazione di secondo e sento un piccolo colpo sullo scafo: nella foga della caccia deve aver urtato la barca. Ma allora questo mare verde e apparentemente inadatto alla vita, di vita ne contiene ancora tanta… speriamo.
Il giorno dopo siamo ancora in navigazione; è il giorno della caccia alle scatole di polistirolo e scruto il mare in cerca di nuove “prede”. Qualcosa di bianco attira il mio sguardo, un centinaio di metri al giardinetto di sinistra. Un gabbiano, che però, contrariamente al solito, non sta galleggindo in acqua ma è in piedi sulle proprie zampe. Forse sarà su un tronco affiorante, forse un tavolato di legno… ma l’immagine ha qualcosa di singolare, non mi convince. Strizzo gli occhi per aiutare la deformazione del cristallino che il mio “meccanismo” biologico non riesce più a comandare e la mente costruisce un immagine alla quale fatico a credere. Prendo il binocolo e osservo stupito: una grossa tartaruga marina in affioramento fa da piattaforma ad un gabbiano che con il becco gli sta ripulendo il carrapace dai denti di cane. Passo il binocolo a mia figlia e ho la conferma che non sono vittima di un colpo di sole. Vita nel mare di Ravenna… certo che se fosse anche trasparente e azzurro anziche verde e opaco, mi sembrerebbe di avere troppo!

Dopo il suo primo corso di Optimist ora sto provando a insegnare a mia figlia di 8 anni qualcosa sull’arte della navigazione a vela. All’inizio sembra molto difficile iniziare un dialogo, una spiegazione, un insegnamento.
L’attenzione di un bambino è sfuggente e in poco meno di un secondo ti ritrovi a fare un monologo.
In effetti non era mia intenzione insegnargli qualcosa; i primi due giorni sono trascorsi più che altro in lunghi giri in bicicletta e in giretti con il canotto, a remare nel porto, tra le barche ormeggiate.
Poi Giulia mi ha chiesto “papà voglio uscire, insegnami ad armare la tua barca”.
Armare… e sì, tutto merito del corso di Optimist del mese passato; armare la barca… che bella proprietà di linguaggio.
Con il linguaggio di può affascinare, imporre, consolare… far guarire… va be, questa è proprio un altra storia, ma l’inciso solo per ribadire che la proprietà di linguaggio è stata notata e apprezzata.
Allora: portare il genoa a prua, fissare la mura, ingarrocciare, srotolarlo lungo la falchetta, passare le scotte e fare le gasse nella bugna…
Poi in mare: direzione del vento, sapere in ogni istante da dove viene il vento rispetto alla barca, filetti, sensibilità, muovere il timone con anticipo, prima che la barca te lo chieda, ma già quando te lo sta solo sussurando…
Va be’, ora l’importante è non esagerare con spiegazioni e precetti.
“Papà, ora fermati… per oggi mi hai già detto abbastanza”
Ok, certo.
“Papà, cos’è quella cosa bianca che galleggia sull’acqua? La barca dei folletti?”
No, è una cassetta di polistirolo persa dai pescatori.
“Papà, papà, perchè non la prendiamo e la buttiamo via? Così puliamo il mare!”
Si, davvero una goccia nel mare, prendere una cassetta di polistirolo per pulire il mare… però perchè no?!?
E poi può essere divertente.
Si Giulia, prendiamola! Cosa devo fare? Orzaro o poggiare? Guidami tu.
“Va bene papà, orza, anzi no poggia; ecco, così! È in prua!”
Io una mano sul timone e con l’alta che stringo il mezzo marinaio come un cacciatore di balene il suo arpione.
Nell’ultimo minuto si deve manovrare con gran perizia, far scivolare la cassetta lungo la murata dove state brandendo il mezzo marinaio e appena sfila alla vostra altezza trafiggetela con un colpo secco. La cassetta rimarrà prigioniera del gancio ricurvo e non si potrà sfilare.
In un paio d’ore ne abbiamo fiocinate 7, infilandole come perline in una cima fissata in doppia al pulpito di poppa per riportarle a terra, quindi in pattumiera.
Provate questo gioco. Se avete dei bambini di 8 – 12 anni si entusiasmeranno a scrutare l’orizzonte con il binocolo e a guidarvi verso la vostra prossima preda.
Se la pratica si diffondesse, toglieremo dal mare centinaia di cassette di polistirolo.
E per chi sta al timone è un superbo esercizio per la presa del gavitello, imparando a conoscere reazioni e risposte della vortra barca in andature e velocità differenti.
In effetti può essere un gioco per tutte le stagioni…

Tante persone restano sulla superfice, si spostano pinneggiando e osservano dall’alto la vita della bariera: esperienza bellissima e indimenticabile.
Ma è incredibile come cambi il punto di vista quando, dal fondo, guardi la parete rocciosa ricoperta di corallo e i pesci che vi vivono in simbiosi: è un cambiamento filosofico, ancor prima che fisico, di semplice osservazione… Quindici metri è una piccola distanza sulla terra, piccolissima lungo un autostrada o nel piazzale di una stazione ma qui, a -15 metri, sdraiato sul fondo sabbioso vedo il paesaggio dal punto di vista di una creatura marina; il sole arriva solo come un bagliore diffuso, un calore più immaginato che percepito. La sua luce perde presto la frequanza del rosso, diluita nell’acqua e nel sale. Le dita stringono la sabbia compatta e vi penetrano, la accarezzano come fosse un manto erboso…
Al primo sentore di fame d’aria, torno con la mente a più di 25 anni fa, alla decisione di comprare l’attrezzatura subaquea, studiarmi il libro del grande Duilio Marcante e “scendere sott’acqua con lui“.
A venti anni ne avevo già più di 14 d’esperienza di apnea, arrivavo senza problemi a 20 metri di profondità e i trenta non rappresentavano una meta irraggiungibile.
Le bombole aggiunsero tempo e un po’ di metri di fondo ma trasformarono l’uomo pesce in un pesce umano…
Ricordo una delle prime immersioni all’isola di Ventotene, in assetto negativo con il gav completamente sgonfio, stavo in piedi a -10 mt sul bordo di una roccia che cadeva giù nel blu per altri 30 metri: faccio un piccolo balzo in avanti e mi lascio cadere come un paracadutista al rallentatore. Finalmente avevo il tempo per giocare con le tre dimensioni, esplorare grotte e relitti, rimanere immobile e osservare i pesci che passavano ma avevo peso la capacità di guizzare ed evoluire, appesantito da tanta attrezzatura che rovinava l’idrodinamica e aumentava a dismisura l’ineriza: come sempre si baratta qualcosa in cambio di qualche cosa d’altro. È bello poter cambiare e non dimenticare nulla, non rimpiangere nulla.
Quanto mi piaceva il mio erogatotore mark V e il sibilo dell’aria quando passava attraverso il primo stadio di riduzione della pressione: mi sentivo come un astronauta che lasciava la sua impronta nella polvere lunare.
Bellissime le bombole caricate a 220 atmosfere; danno a tutti la possibilità di scorrazzare per i fondali, di guardare i pesci negli occhi e di essere, per una quarantina di minuti, partecipe della vita sottomarina…
Però quanta verità in più nell’andare sott’acqua portandosi l’aria solo dentro i propri polmoni…